«La barca è come la roulette russa Puoi arrivare in Italia o morire»

«Ci hanno caricato su una vecchia barca da pesca dicendoci o arrivate in Italia o morite». È davvero toccante la testimonianza di Sidat Badjie, un ragazzo del Gambia di 29 anni fuggito dalla Libia nel giugno 2011.

Ieri Sidat, che si è perfettamente integrato nel tessuto sociale di Masnago, ha passato la giornata nella tristezza. «Ho pianto. Apprendere quello che era successo a largo di Lampedusa è stato molto doloroso».

Fino allo sfogo: «Non bisognerebbe consentire a nessuno di salire su quelle carrette del mare, perché chi parte sa che potrebbe non farcela a toccare di nuovo la terra ferma. Non auguro a nessuno di provare sulla sua pelle quello che ho vissuto io». Sidat è stato obbligato a salire sul barcone, non l’ha scelto credendo di trovare un futuro migliore.

«Quelli erano gli anni in cui Gheddafi mandava gli africani per mare per dimostrare di aver rotto il patto con l’Italia. I suoi soldati ci venivano a prendere in casa. Buttavano giù la porta, ci caricavano su un camion e rubavano tutto quello che trovavano. Soldi, averi personali, televisori e telefonini».

«Siamo stati portati in una sorta di giardino recintato e lasciati lì alcuni giorni senza cibo. C’erano anche donne e bambini. Siamo stati spogliati per vedere se avessimo altri soldi con noi. Alla fine è arrivato un barcone vecchio e ci hanno chiesto “qualcuno di voi è in grado di guidarlo?”. Nessuno ha alzato la mano». Qualcuno ha osato dire che quel mezzo non era in grado di arrivare in Italia, tanto più con a bordo 450 persone. «I militari ci hanno risposto che quello non era un loro problema – continua Sidat – chi si ribellava veniva picchiato». Ma un capitano per quella nave non si trovava e così sono andati a prenderlo i soldati.

«Hanno trascinato lì un’altra persona che a suo malgrado ha dovuto prendere il comando del mezzo. La gente quando saliva urlava, perché aveva paura di morire. Non pensavamo di farcela ad arrivare in Italia».

Sidat, però, è stato fortunato. La barca su cui era a bordo insieme ad altre 450 persone è arrivata fino quasi in Italia, poi si è fermata. Il motore non dava più segni di vita. Adesso Sidat ha trovato un lavoro che lo impegna tre ore al giorno. Ha imparato a parlare in italiano, lingua che sta ancora perfezionando.

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