VARESE – Senza stipendio da tre mesi, la professoressa di francese è pronta ad abbandonare l’incarico e a tornare a casa, a oltre mille chilometri di distanza dalle scuole in cui sta insegnando.
Questa l’esperienza di Cristina Cannella, docente di origini siciliane che insegna nel Varesotto dall’anno scolastico 2009-2010. Una scelta difficile la sua, densa di sacrifici pur di lavorare: «Ma il lavoro non retribuito non può neppure definirsi lavoro, soprattutto quando per farlo si sostengono spese significative in termini di affitto, benzina, viaggi – protesta – Se lo stipendio non arriva con tutti gli arretrati non rinnoverò il contratto e me ne tornerò a casa in Sicilia».
Fino allo scorso anno le scuole dovevano provvedere con la propria cassa a pagare i docenti impegnati nelle così dette «supplenze brevi» (quelle che durano qualche giorno, settimane o persino mesi, ma non l’intero anno scolastico). Ora toccherebbe al Ministero, che però non ha ancora versato un solo stipendio, tanto che i sindacati si preparano all’azione legale, con una pioggia di decreti
ingiuntivi in partenza per decine di scuola in tutta la provincia. Cristina Cannella, docente di francese al Gadda-Rosselli di Gallarate (una supplenza di sole 7 ore, ma meglio che nulla pur di fare punteggio e procedere in graduatoria nella speranza di un incarico migliore) è uno degli insegnanti senza stipendio da dicembre (i primi due stipendi li ha pagati la scuola).
«Da quando sono al nord ho sempre lavorato il più che potevo facendo ogni anno tanta fatica ad arrivare alla fine del mese – racconta – Ho avuto sempre due o più scuole e fino allo scorso anno mi sono spostata con i mezzi. Poi mio padre mi ha acquistato una Opel Corsa, duemila euro, che io mai mi sarei potuta permettere».
Le spese sono tante e tutte da anticipare: l’affitto e la benzina innanzi tutto, sperando che lo stipendio arrivi presto. Cristina all’inizio ha condiviso con il fratello (avvocato praticante) un bilocale a Saronno «e per risparmiare evitavamo persino di accendere il riscaldamento e stavamo in casa con giacca e guanti», racconta.
s.bartolini
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