Abbiamo l’ossessione degli ex e l’incubo del tradimento (ma a volte è il modo migliore per dare forza all’unicità di noi che restiamo) da Sannino a Ebagua, da Rosati a Pesoli e Terlizzi: ma chi ama davvero il Varese e chi no? È importante saperlo, in una società che fonda la sua anima soltanto… sull’anima.
C’è un metodo infallibile per distinguere chi mette questo club davanti a se stesso a costo d’incassare veleno o ingiustizie in attesa magari di una rivincita, e chi dice di amarlo solo per convenienza, opportunismo o comodità.
La regola aurea è questa: chi gufa la squadra o la società (inutile distinguerle, il Varese è uno) solo perché ha perso il posto, o perché se ne è andato, si commenta da solo e non lascerà traccia di sé. Non è da Varese chi, il giorno dopo essere salpato (o essere stato spedito) verso altri lidi, avrà pensato prima a vendicarsi, invece che a pronunciare queste parole: «Grazie Varese, resterò sempre un tuo tifoso. Dentro di me vivrai, contro di te nulla farò ma un giorno tornerò e il nostro destino si compirà».
Chi ama, è pronto a soffrire in silenzio magari anche un torto, pur di non ferire o macchiare un bene superiore come il Varese. Questo non significa subire e non reagire, tacere o non vedere, incassare senza denunciare, ma farlo nel modo e nel tempo giusto, prima (da dentro) e non dopo, quando non si ha più nulla da perdere e si può solo distruggere senza costruire. Chi combatte per il Varese, lo fa nel Varese. O, da fuori, tacendo e lavorando in silenzio per riprendersi il Varese.
Lo diciamo senza la pretesa di giudicare i grandi ex – sono tutti ex, tranne uno che non lo sarà mai – ma perché non siano tutti traditori (puoi esserlo da fuori ma anche dall’interno), e per capire come, a ragione, alcuni siano considerati tali.
Oggi clima positivo perché (1) tutti vogliono giocarla assieme, anche chi va in panca, e perché (2) c’è l’adrenalina d’una vigilia maraniana o sanniniana: squadra e pubblico hanno il piacere d’essere un solo Varese unito dall’identità.
Sottili forse schiererà 4 terzini (Fiamozzi e Lazaar sulle fasce in mezzo) ma decideranno organizzazione, panchina (Calil, Bjelanovic. Cristiano, Forte), voglia di vincere. Che poi era la vecchia regola di Masnago. Un’aria sottile ma implacabile: come quella che il Peo soffierà giù, ricordando a tutti che lui c’è. Sempre.
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