Leo Messi e il generale Franco Il pagellone del Varese più bello

Conta l’ultima cosa che fai. Conta questo: era in una bara, dopo aver beccato gol su punizione da oltre 20 metri con la barriera colpevolmente malposizionata e sguarnita (anche sull’1-0 si tuffa tardi), ma da quella bara è uscito fuori con le sue mani. Il portiere è una questione di testa e a noi piace pensare che quell’abbraccio di Ely al gol del 3-2 gli sia servito per andare a far vincere la partita al Varese, con quella parata d’istinto su Maniero al 94’.

Non supera la metà campo, si “impicca” in difesa ma quel che importa è che, nella sua corda, stringe anche Mascara.

Gli fischieranno le orecchie per lo 0-1: permette a Maniero di girarsi lentamente e indisturbato in mezzo all’area con una mossa da pivot (un Flaborea lento, dice Max Lodi). Mezzo punto in più perché, pur sbagliando il comodo 4-2, si era fatto tutto il campo, senza fiato. Meglio provarci e sbagliare che restare a guardare.

Nemmeno vent’anni, lui che è brasiliano ma sembra gelido più d’un danese (ogni riferimento è voluto). Mai angosciato dai grandi nomi avversari. Elegante, pulito. Abbiamo impressa un’azione: botta di Cutolo a botta sicura, e lui sporcandogli la traiettoria rende innocua un’occasione colossale. E poi c’è quell’abbraccio a Bastianoni da copertina.

Quando scende è impressionante, sembra una motocicletta. Lotta con il miglior Maniero e Cutolo: vince lui. Spinge, prendendosi dei rischi: dalla sua lucida incoscienza nasce la botta («Io tiro e qualcosa succede») che Fiamozzi mette dentro. Generale Franco.

Ha i tempi dell’inserimento, quando punta l’avversario sembra un dobermann che ringhia, e poi azzanna. Sbaglia un gol quasi a porta vuota, non è un attaccante eppure è lì. Ed è lì anche sulla ribattuta che ci ridà il nostro vecchio, vero Varese, lui che è il vero Varese.

Stavolta il merito maggiore da centrale, al di là della pennellata che dà il via all’azione del primo gol, è nel contrasto. Toglie più palloni agli avversari di Corti, e abbiamo detto tutto. Abbiamo la sensazione che giochi più tranquillo e sciolto accanto a Damonte (che si muove meglio senza palla, al contrario di Zecco).

Dentro le azioni che contano, tipo quella dell’1-1 (cross), ma il motorino non gira al massimo.

Gioca sempre al limite, perfino oltre. Guarda solo avanti, da vera ala; chi lo boccia è perché lo giudica con gli occhi del terzino, sbagliando.

Il gol del 3-2 è suo per tre quarti: pallone delizioso inventato solo con le forza dei nervi, nonostante i crampi. Neto va giudicato oltre la forma, perché va oltre il sacrificio.

Qualcuno gli ha preferito Zaza e Floro Flores: o non capiamo nulla di calcio noi, o non capiscono nulla loro. È il più forte attaccante mai visto con questa maglia. Tiro, corsa, gol, anima: totale. Due gol, ma potevano essere quattro, giocando per gli altri: chiamatelo El Pepita. Ci mette la gamba, si fa amare e ha potenzialità infinite.

© riproduzione riservata