Roma, 10 giu. (Apcom) – Ci risiamo. Appena sigillate le urne del
voto europeo e in attesa dei ballottaggi delle amministrative,
Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini tornano a dividersi. Oggetto
del contendere, questa volta, è il referendum elettorale. Il
Cavaliere, a cena con Umberto Bossi e lo stato maggiore leghista,
ha siglato un nuovo patto: il premier non considera “opportuno un
sostegno diretto” alla consultazione. Poche ore e arriva lo
‘smarcamento’ di Fini, in realtà conseguenza di una posizione
ribadita in più di una circostanza: voterò convintamente e spero
che lo facciano anche gli italiani.
A Varsavia, poco più di un mese fa, Berlusconi aveva sposato la
causa referendaria, annunciato il proprio voto favorevole
all’abrogazione di parte della legge elettorale e aveva aggiunto:
“Non sono masochista, non posso che votare sì”. Poi il voto alle
Europee, il boom leghista e la necessità di un appoggio del
Carroccio ai ballottaggi. Da qui la nota di Palazzo Chigi: “Il
Presidente Berlusconi ha ritenuto di esplicitare che
la riforma della legge elettorale debba essere conseguente alle
riforme del bicameralismo perfetto auspicata da tutti e che,
pertanto, non appare oggi opportuno un sostegno diretto al
referendum del 21 giugno”.
Alleanza nazionale, poi confluita nel Pdl, aveva sostenuto praticamente in blocco il referendum. Oggi due dei referendari della prima ora, Ignazio la Russa e Italo Bocchino, avevano prima di Fini chiarito: il nostro sostegno ai quesiti resta. “Che i partiti non diano indicazioni tassative in questa materia è una cosa logica, come ha già detto Berlusconi. Diversi sono i comportamenti personali”, sottolineava il ministro della Difesa. Aggiungeva il vicecapogruppo del Pdl alla Camera: “Noi non abbiamo mai chiesto al
Pdl di sostenere in blocco il referendum. Ma allo stesso modo non può valere un divieto a sostenerlo: la tesi deve essere che nel Pdl c’è libertà di scelta, io ad esempio voterò sì e parteciperò eventualmente a manifestazioni a sostegno del sì”. Quanto a una discussione interna al pdl, nel pomeriggio i tre coordinatori Denis Verdini, La Russa e Sandro Bondi hanno chiarito: non c’è necessità di convocare organismi di partito per ratificare la posizione espressa da Berlusconi.
Nel pomeriggio tocca al Presidente della Camera: “Vado certamente
a votare, lo faccio convintamente” ed è “ovvio” che l’auspicio è
che gli italiani facciano altrettanto. Chi di certo apprezza la
presa di posizione dell’ex leader di An è il comitato promotore
del referendum. Già stamane Giovanni Guzzetta, rilanciando il sì
alla consultazione contro “la legge-porcata”, aveva offerto la
propria lettura: “Bossi ricatta e Berlusconi esegue. Non sono
passate nemmeno 24 ore dal voto che Bossi ha già chiesto al
premier un posto in più in Rai, due presidenze di Regione e di
rinunciare al referendum”.
Ma per Paolo Bonaiuti, portavoce del premier, la lettura è
diversa: il patto stretto tra Berlusconi e Bossi per non
sostenere il referendum “è una scelta che premia un’alleanza
molto forte e molto solida, destinata a durare ben al di là di
queste amministrative e ben al di là di questo referendum”.
L’opposizione non ci sta. Dice Anna Finocchiaro, capogruppo del
Pd al Senato: “Com’era prevedibile, ci troviamo oggi di fronte ai
primi risultati delle europee e delle amministrative che hanno
sancito uno stop al delirio di onnipotenza del premier e visto
una netta affermazione della Lega. Berlusconi sarà sempre più
schiavo del Carroccio. Il nuovo corso è già cominciato, visto che
tra ieri sera e stamattina il leader del Pdl ha svenduto il
referendum in cambio del sostegno ai suoi candidati ai
ballottaggi del 21 giugno”. Ragionamenti simili in casa Udc,
almeno a sentire Pier Ferdinando Casini: “Siamo lieti che
Berlusconi si sia disimpegnato nel referendum. E’ ovvio che in
termini politici la Lega condiziona il governo, Berlusconi è
piegato ai desideri del Carroccio. Anche se questa è l’unica
volta che ci fa piacere”.
Tom
MAZ
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