New York, 10 giu. (Ap-Apcom) – Quattordici anni dopo la morte scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa, il colosso petrolifero anglo-olandese Shell ha accettato di pagare 15 milioni e mezzo di dollari (11,1 milioni di euro)per evitare di comparire in un imbarazzante e clamoroso processo. La compagnia petrolifera era perseguita dal 1995 per complicità con l’ex-regime militare nigeriano per quel che
riguarda l’esecuzione di sei civili, che si opponevano ai suoi metodi di estrazione del petrolio. Tra le vittime lo scrittore e attivista ambientalista Ken Saro-Wiva. L’accordo rappresenta una tappa storica. Con l’implicita ammissione di responsabilità della Shell, dicono giuristi e attivisti per i diritti umani, cade l’impunità di fatto delle grandi multinazionali e molti altri contenziosi potrebbero riaprirsi in tuto il mondo.
La compagnia anglo-olandese, com’è naturale, minimizza. Il
gesto significa che, anche se Shell non ha partecipato alle
violenze che sono avvenute, ci sono dei querelanti e delle
persone che hanno sofferto” ha dichiarato in un comunicato
Malcolm Brinded, che dirige il ramo esplorazione e produzione di
Shell.
Il gigante anglo-olandese ha dichiarato di aver accettato di
regolare la faccenda per aiutare il “processo di
riconciliazione”, mentre continua a operare in Nigeria, pur
negando qualsiasi implicazione nella morte del poeta Ken
Saro-Wiwa e di altri cinque attivisti dei diritti dell’uomo e
della protezione dell’ambiente, che avevano manifestato nella
regione di Ogoni, nel sud della Nigeria.
“Penso che mio padre sarebbe felice di questo risultato”, ha
detto in un’intervista telefonica dalla sua abitazione di Londra
il figlio dello scrittore Ken Saro-Wiwa Jr., 40 anni: “il fatto
che la Shell sia stata costretta a patteggiare per noi è una
chiara vittoria”.
Dal canto suo Jenny Green, avvocato del Center for
Constitutional Rights di New York che avviò la causa contro la
Shell nel 1996 commenta: “basta questo a riportare in vita i
nostri assistiti?
Certamente no ma è un messaggio chiaro a tutte le multinazionali
che operano nei paesi in via di sviluppo: per fare affari non si
possono più violare i diritti umani. Nessuna corporation può più
contare sull’impunità. L’accordo è sostanzialmente
un’assunzione di responsabilità”.
Ken Saro-Wiwa e altri otto attivisti vennero impiccati il 10
novembre 1995 al termine di un processo farsa. Fondatore del
Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (Mosop),
Saro-Wiwa si batteva da anni contro i danni ambientali causati
dalle attività petrolifere della Shell nella regione
dell’Ogoniland, nel sud della Nigeria, e contro la miseria e
l’arretratezza a cui il governo nigeriano condannava il suo
popolo. Lo scrittore era riuscito a mobilitare migliaia di
persone, a bloccare la produzione di greggio della Shell e a
minare il sistema di corruzione e autoritarismo su cui si reggeva
il regime di Abacha. Prima che venisse impiccato, Saro-Wiwa
disse: “Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua”.
Per il figlio dell’attivista, Ken Saro-Wiwa Junior, l’avvio del
processo, circa due settimane fa, aveva segnato una prima
vittoria della lotta del padre, portata avanti in tutti questi
anni. “In qualche modo abbiamo già vinto perchè una delle ultime
cose che mio padre disse era che un giorno la Shell avrebbe
passato i suoi giorni in tribunale – dice Saro-Wiwa Junior, 40
anni, in un’intervista rilasciata all’Associated Press – noi
riteniamo che siano sfuggiti alle loro responsabilità per quanto
accaduto in Nigeria, per questo vogliamo che le sue parole
diventino realtà”.
Shell ha sempre respinto tutte le accuse. “Shell non ha in alcun
modo incoraggiato nè sostenuto alcun atto di violenza contro gli
attivisti della gente Ogoni e cercò di persuadere il governo a
essere clemente – aveva detto un portavoce della multinazionale,
Stan Mays- con nostro profondoa rammarico quel nostro appello e
gli appelli di molti altri rimasero inascoltati e fummo scioccati
e rattristati quando arrivò la notizia”. La Shell non ha potuto
più operare in Ogoniland dal giorno della morte di Saro-Wiwa e
oggi sarà chiamata a rispondere anche di complicità nella
tortura, nella detenzione e nell’esilio del fratello
dell’attivista, Owens Wiwa.
Una versione che non ha mai convinto i familiari dello scrittore
ucciso. “Noi sappiamo che ci sono le loro impronte digitali su
tutti i casi di tortura, uccisione ed esecuzioni extra-giudiziari
della gente Ogoni tra il 1993 e il 1996 – aveva detto sempre in
apertura di processo Saro-Wiwa Junior – garantivano sostegno
logistico ai soldati coinvolti in questi abusi contro gli Ogoni”.
. “Nessuno nega alla Shell il diritto di produrre idrocarburi –
aveva concluso Saro-Wiwa Junior – ma bisogna farlo rispettando
l’ambiente e i diritti umani”.
I militanti Ogoni sono riusciti a portare in aula una causa
vecchia 14 anni in virtù di una legge che consente di perseguire
un’azienda, che vanta una significativa presenza negli Stati
Uniti, anche per crimini commessi all’estero. E i querelanti
auspicano che la causa rappresenti anche un monito alle aziende
che operano oggi nel Paese. Anche se vecchia di 14 anni, infatti,
la vicenda è ancora di forte attualità in Nigeria, dove i
militanti non-violenti del Mosop di Saro-Wiwa, che praticavano la
disobbedienza civile, sono stati rimpiazzati dai militanti del
Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), che
ricorrono a sequestri, boicottaggi e scontri armati per
perseguire gli stessi obiettivi. A una domanda dell’Apcom, se la
loro lotta si ispiri a Saro-Wiwa, il Mend ha risposto: “In questa
parte del mondo, la disobbedienza civile non funziona. E’ stata
praticata da Ken Saro-Wiwa e da altri prima di lui. La
disobbedienza civile ha portato alla nostra gente attacchi da
parte dell’esercito nigeriano, villaggi rasi al suolo,
l’uccisione di un numero imprecisato di giovani e lo stupro delle
nostre donne. Per quasi 40 anni abbiamo provato a ricorrere a
mezzi pacifici di lotta, ma non abbiamo ottenuto alcun risultato.
Abbiamo così deciso di adottare il nostro piano B, la lotta
armata, e questa sembra funzionare”.
L’accordo siglato potrebbe portare alla ripertura di diversi
contenziosi tra comunità locali e grandi corporations. L’anno
scorso la Chevron era stata in giudizio per la repressione di una
protesta presso le sue piattaforme petrolifere off-shore in
Nigeria. La compagnia era stata assolta ma contro di lei è aperto
un altro procedimento in Ecuador per preseunti danneggiamenti
ambientali nelle floreste pluviali dell’Amazzonia. Se condannata
la Chevorn potrebbe doer pagar oltr 27 miliardi di dollari.
Problemi anche per la Exxon Mobil. Alcuni contadini indonesiani
accusano le guardie della security privata della compagnia di
aver rapito, torturato e assassinato civili nella provincia di
Aceh.
Infine è cronaca di questi giorni lo scontro tra gli indios
della regione amazzonica del Peru e le autorità goverantive, che
secondo gli indios stanno attuando una feroce repressione per
favorire lo sfruttamento delle risorse della regione da parte di
corporation internazionali. La settimana scorsa almeno 36 persone
avrebbe perso la vita negli scontri tra indigeni e polizia zona
nota come Curva del Diablo nella provincia di Utcubamba.
Il presidente dei manifestanti , Alberto Pizango (che proprio
nella notte di ieri si è rifugiato nell’ambasciata del Nicaragua)
ha accusato il governo di “genocidio” per aver attaccato dei
manifestanti pacifici. Secondo l’attivista, la polizia avrebbe
aperto il fuoco e lanciato lacrimogeni contro una protesta non
violenta. Il presidente peruviano Garcia, che ha molto
incoraggiato gli investimenti stranieri nel settore petrolifero
in questa zona della giungla amazzonica, dal canto suo ha
risposto a Pizango accusandolo di essere sceso sul piano
“dell’azione criminale, assaltando posti di polizia, rubando armi
e uccidendo agenti che stavano solo facendo il loro lavoro”.
vgp sim
MAZ
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