Riforme; Fini-D’Alema: Dialogo e convergenze tra forze politiche

Riforme; Fini-D’Alema: Dialogo e convergenze tra forze politiche


Roma, 4 feb. (Apcom)
– Le riforme “richiedono importanti
convergenze tra le maggiori forze politiche. Non ci appassiona il
dialogo per il dialogo ma per dare risposte ai problemi del
paese”. Massimo D’Alema conclude così il convegno organizzato
dalla sua fondazione Italianieuropei dal titolo ‘Verso il
federalismo’, ospiti Gianfranco Fini e Roberto Calderoli. E anche
il Presidente della Camera auspica che a Montecitorio “si possa
ripetere il confronto importante cui abbiamo assistito in Senato”
sul federalismo fiscale.

Nel corso del dibattito i tre interlocutori hanno riscontrato
diversi punti di intesa su come procedere a dare attuazione al
federalismo fiscale e D’Alema in particolare ha avvertito: “Se
non risponderà alla domanda dei cittadini di avere uno stato più
efficiente sarà una sconfitta per tutti”. Quindi ha ricordato che
“è giusto che il centrosinistra, che ha voluto la riforma del
titolo V, affronti con spirito positivo questa riforma”, ma ora
dipenderà dall’andamento della discussione alla Camera dopo che
“al Senato il Pd ha rivolto alcuni interrogativi al governo,
aspettiamo le risposte e vedremo”. Fini non si esprime sugli
esiti del confronto, ma sottolinea l’importanza del metodo
adottato a palazzo Madama: “Non c’è stata la logica delle scorse
legislature, con la maggioranza che impone la propria soluzione
forte del risultato delle urne”. Il risultato è che “c’è stata
condivisione almeno della cornice della delega, in attesa dei
decreti legislativi”.

Ma secondo D’Alema il federalismo fiscale da solo non basta: occorre “un coraggioso sviluppo della fase attuativa e un ripensamento della cornice costituzionale, riaprendo il dibattito sulle riforme necessarie per completare il cambiamento e ricostruire un equilibrio tra Stato e Autonomie che in questi anni è stato alterato”. In questo quadro l’ex vicepremier cita la riforma del bicameralismo perfetto che “è diventata il banco di prova della volontà realmente riformatrice delle forze politiche” insieme alla “riduzione del numero dei parlamentari” che D’Alema vede come un modo per restituire prestigio

a una politica che “più perde peso e prestigio e più diventa ipertrofica. Alla politica – ha osservato – bisognerebbe applicare il principio ‘meno ma meglio’, ossia meno ceto politico nei consigli comunali, regionali, in Parlamento ma più forte selezione e qualità”. Anche Fini concorda sulla necessità di proseguire nelle riforme: “Il federalismo fiscale è un passaggio importante, ma non possiamo fermarci qui”. Ad esempio, non più rinviabile è una riforma che elimini il bicameralismo perfetto: “Non avrebbe più ragione di esistere, con uno Stato organizzato in modo federale”.

A rassicurare entrambi ci pensa il ministro Calderoli: “Il
federalismo fiscale resterebbe monco senza il Senato federale e
senza il Codice delle Autonomie”. E il ministro leghista
ribadisce: “Insieme con l’esame alla Camera del ddl sul
federalismo fiscale credo si debba avere un’iniziativa del
Governo per la riforma delle istituzioni partendo dalla ‘bozza
Violante'”, cui peraltro “è necessario aggiungere qualcosa, con
un po’ più di coraggio”. Iniziativa che dovrà prevedere, elenca
Calderoli, “la riduzione del numero dei parlamentari, diversi
compiti tra Camera e Senato senza pensare al ‘collocamento’ degli
attuali parlamentari, e infine, finalmente, la riforma dei
regolamenti parlamentari”. Un pasaggio necessario per fare
chiarezza tra Carta Costituzionale e Costituzione sostanziale:
“Dopo le modifiche la nostra costituzione mi ricorda
il Sarchiapone, l’animale inventato da Boncompagni: c’è dentro
di tutto, ma nessuno sa che animale sia”.

In vista dunque di una riforma delle istituzioni centrali,
D’Alema coglie l’occasione per una riflessione sul
presidenzialismo, possibile esito del processo riformatore. Pur
ammettendo che “il presidenzialismo per comuni, province e
regioni ha garantito stabilità, una riforma della forma di
governo in questa direzione richiede attenzione perchè dopo 15
anni possiamo vederne i limiti, che non sono nell’elezione
popolare diretta ma nel fatto che parallelamente si sono svuotate
le assemblee elettive, mentre il presidenzialismo vero vuole un
equilibrio e un’effettiva capacità di controllo delle Assemblee.
Persino la questione morale – ha concluso – richiederebbe un
sistema di controlli democratici più efficaci per prevenire gli
abusi di potere”.

Gal/Rea

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