Vitucci a testa alta «Loro più forti» Piange pure Morse

Momenti di tensione anche a partita finita: calma un manipolo di tifosi che batte alla porta della mixed zone, con l’obiettivo di raggiungere gli spogliatoi. Ad animi placati sfilano i bianconeri, pardon i biancorossi: occhi tristi a go-go, sublimati nelle lacrime di . E sono lacrime di uomo vero, non di sconfitto. stempera l’adrenalina facendo i complimenti a Varese: «Non ho mai considerato chiusa la serie, neanche sul 3-1, perché sapevo che Vitucci avrebbe chiesto e ottenuto dai suoi di alzare

ulteriormente il livello. Chiaro che l’infortunio di ha influito, togliendo alla Cimberio qualcosa sotto canestro, però avevamo le armi per contrastare un centro così. Queste sette partite sono state eccellenti, degne dell’Eurolega: palcoscenico che una Varese così merita, e che serve per crescere ancora».Sulla partita il tecnico toscano, sfinito quanto i giocatori, è lapidario: «Siamo stati bravi a gestire i piccoli vantaggi che ci hanno dato fiducia strada facendo. Poi ci ha pensato un grande Hackett: leader sul piano fisico, tecnico, mentale».

«Squadra migliore di noi»

chiude la stagione con la stessa faccia funerea di gara1: la sua Cimberio come la DiVarese di , esce sul più bello. «È stata una grande serie, ma siamo arrivati in fondo in riserva sparata – dice il coach – Dal punto di vista sportivo non c’è niente da dire: Siena si è dimostrata più forte, siamo orgogliosi di averla trascinata a gara7. Il fattore campo ha pesato, ma non abbastanza per compensare la differenza atletica e tecnica. Si è visto questo gap nel secondo tempo, quando siamo stati in grande difficoltà. Non a caso loro sono i campioni in carica, hanno esperienza e talento da vendere».
Nessun rammarico, davvero? «No: siamo stati protagonisti di tutta la stagione. La finale di Coppa Italia, la vittoria in regular season e la semifinale scudetto sono risultati significativi. Abbiamo regalato un sogno a tutta la città: ringrazio chi c’era al palazzetto, chi non c’era perché non è riuscito a trovare il biglietto, chi è venuto con noi ovunque, chi ci ha sostenuti a Milano in Coppa. Abbiamo fatto di tutto per offrire a queste persone un epilogo diverso, ma sulla nostra strada c’era una squadra migliore».
Il discorso, per inerzia, scivola sul domani: «L’anno prossimo non si ripartirà da zero, ma dalla buonissima base creata in questi mesi. Perché questo è stato un gruppo speciale». Frank si commuove e l’uditorio scioglie il magone in un applauso spontaneo. Sì, stavolta è finita.

La leggenda è qui

a centro campo, semplicemente idolo, semplicemente cittadino onorario: è Varese Leggenda che torna a trovarci. Macchina del tempo, è la Pallacanestro Varese che prova a dare la mano a se stessa: la stringe quella mano, per tornare a vestire quegli abiti 14 anni e un mese dopo l’ultima finale, Roosters-Benetton del maggio 1999. non lo sa ma lo sente, anche da bordo campo: punta l’indice verso i compagni, voi con me e io con voi.
Grazie a Morse la prima scarica è fotonica, ritmata a batticuore. Ma è anche “No Dusan no party”, perché siamo tutti in piedi senza soluzione di continuità: a fischiare gli avversari e idolatrare i nostri. Il Lino Oldrini stende nell’avventura, X-Files tra fantascienza e scienza. Ma dai, chi si siede qua? Il Dusan party è durato 62 centesimi a Siena, sex come l’amore d’una notte intera, stasera merita d’espandersi finché Dio del basket lo consente. Non sappiamo ancora come andrà, però sappiamo che tutto questo ci tira matti.

Una carica pazzesca

“Carica ragazzi”, la firma della curva. Dusan il serbo è il primo a entrare in campo e salta nell’elettricità, strattona se stesso per abbracciare il mondo. Con Green mette la folla nella partita. E’ serbo e sa come si fa. Lo ha scritto anche quel dritto di, de Il Giorno: «Il basket si gioca in 5 contro 5 ma alla fine lo decidono i serbi». Chissà, sarà vero sino in fondo? Il cammino è solo all’inizio.

In onestà, quando il serbo mette l’8-2 viene giù la cupola. È una brezza d’indirizzo, ma è nulla ed è giusto sia così: solo la sofferenza ti porta all’evoluzione, il 39-42 dell’intervallo ne è prova. L’orsetto di peluche in maglia DunKston è in braccio alla sua padrona, ha l’occhio realista, taciturno, brutale. L’orsetto DunKston è come ognuno di noi, vede la squadra che non ce la fa a tenere la terza partita consecutiva senza il pivot più dominante del campionato.

La folla oceanica ci prova a portare in spalla i biancorossi, non è d’accordo (ma che giocatore è diventato?) e finisce nel peggiore dei modi: con ogni cosa che vola in campo, che si rintana nel ventre del palazzo e una tentata aggressione alla postazione Rai. L’applauso, l’ovazione finale è commovente, i ragazzi la meritano ma, forse, Morse non meritava di doversi riparare la testa. La Mens Sana ha vinto, la Cimberio non ha perso: facciamocelo bastare e diciamo grazie.

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