L’episodio è di pochi giorni fa: nei boschi intorno a Luino, un giovane artigiano viene salvato in extremis dai carabinieri, mentre tenta di suicidarsi.
«Un campanello d’allarme – dice Paolo Soru, psicologo e psicoterapeuta, docente all’università di Camerino e all’università Cattolica di Milano – che non va sottovalutato».
Perché, in generale, la tensione tra gli artigiani e gli imprenditori, già duramente provati dalla crisi, non accenna a diminuire, e questo può provocare disagi pesanti da gestire a livello psicologico.
Le fonti giudiziarie varesine, fortunatamente, dal 2008 ad oggi riportano solo il caso di Luino, tra l’altro finito bene. Ma la guardia non va abbassata, secondo gli addetti ai lavori.
Come spiega Vincenzo Marino, responsabile del Dipartimento Dipendenze all’Asl provinciale: «Non ci sono ancora dati precisi, ma quello che vediamo nei Sert, i servizi per le tossicodipendenze della provincia, è un sempre maggior afflusso di professionisti, artigiani o imprenditori, che entrano nel tunnel della dipendenza da sostanze».
Diverse sostanze corrispondono a diversi problemi psicologici, spiega ancora il dottor Marino: «C’è chi cerca di aumentare le prestazioni, per lavorare di più, e allora ricorre a stimolanti come la cocaina».
«Oppure chi vuole stordirsi per dimenticare, e tipicamente si rifugia nell’alcool. C’è poi anche chi pensa di affidarsi alla sorte, e diventa giocatore compulsivo. Questo è un altro grave fenomeno in crescita».
Non ci sono ancora dati specifici legati alla crisi, quindi, ma l’impressione degli operatori dei centri Sert sul territorio, a cui si rivolgono anche i giocatori patologici, è che una certa influenza ci sia.
Un’impressione che hanno anche i privati, come la psicologa e psicoterapeuta gallaratese Paola Pugina, che riconosce come «ultimamente stiano aumentando nel mio studio i pazienti con componenti di stress legato al lavoro».
«Quello che più li affatica è la sensazione di non avere intorno una rete di sostegno. Si sentono soli, e questo è il fattore di stress più pesante». Per gli uomini, soprattutto, il lavoro che inizia ad essere incerto diventa motivo di vergogna, perché diventa perdita del ruolo sociale. «Ho avuto pazienti che, dopo aver perso il lavoro, continuavano ad uscire di casa ogni giorno alla stessa ora: in famiglia l’hanno tenuto nascosto per settimane».
Un modo per affrontare la crisi dal punto di vista psicologico c’è, secondo la dottoressa Pugina: «Di fronte alle difficoltà è bene prima di tutto parlarne, per non sentirsi soli e capire che non è del tutto colpa nostra. E poi è meglio arrabbiarsi che deprimersi. La rabbia diventa grinta, voglia di fare e di trovare nuove idee, per reinventarsi».
Chiedere aiuto, secondo la dottoressa, non deve essere causa di vergogna, perché è il primo passo per uscire dai problemi, affrontandoli al meglio.
«In questo un grosso aiuto lo danno i sindacati, che spesso offrono corsi di formazione per chi perde il lavoro. Trovarsi insieme ad altri con un problema simile fa stare meglio. E poi, chissà, da un incontro casuale può nascere una nuova avventura lavorativa».
Come è già capitato a molte start up, insomma, l’importante è trovare la persona giusta con cui buttarsi, ritrovare la voglia di fare e magari seguire le proprie passioni, facendole diventare il nuovo lavoro.
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