Pagina di calcio. Mi piace. Pagina di musica. Mi piace. Pagina umoristica. Mi piace. Nell’era dei social network, il “Like” di Facebook è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità. Si stima che, in media, ogni giorno, ciascun utente metta dieci “pollici in su” a post, commenti, foto e pagine.
In alcuni casi si tratta di contenuti di nostri amici, ma altrettanto spesso la condivisone è stata fatta per soli fini di lucro.
Anche se non ci facciamo caso, i nostri social preferiti sono invasi dalla pubblicità, più o meno legale: sulla colonna di destra, Facebook ci suggerisce molto gentilmente pagine che potrebbero essere di nostro interesse, ma anche nella sezione notizie fioccano annunci di aziende che pagano la società di Zuckerberg, perché gli venga riservato un posto in prima fila sui nostri schermi. Il fatturato di decine di miliardi di dollari l’anno proviene per quasi il 90% dai banner ed è semplice capire quanti soldi investano le società per annunci mirati a noi consumatori.
Facebook registra, infatti, i nostri dati e le nostre preferenze, forniti al momento della registrazione e durante la nostra permanenza sul sito, e fa in modo da farci visualizzare solo ciò che ci interessa.
Questo stesso sistema è usato da Google con il servizio AdSense, che salva la cache delle ricerche da noi effettuate con il motore di ricerca, per proporci pubblicità su misura, per la gioia dei partner, che pagano anche milioni di dollari. Comparando questi annunci con quelli presenti sulle pagine dei giornali o con gli spot televisivi, è facile comprendere perché le società siano così ben disposte a sborsare tanto denaro.
Fin qui tutto legale e presente nei termini e condizioni d’uso, che tutti accettano, ma nessuno legge, ma guardando meglio, ogni cinque post, almeno due contengono pubblicità. Per queste Facebook non riceve denaro, che va invece nelle casse di chi condivide. Faccio un esempio: A possiede una pagina, con un milione di fans; viene contattato dal webmaster B, che offre 100 euro in nero ad A, perché condivida un post che rimandi al suo sito. Sul sito di B sono presenti banner dell’azienda C, che ripaga 150 euro per il traffico di utenti generato. Questo metodo permette ad A, B e C di guadagnare, ma è osteggiato per ovvi motivi dal social network, che blocca chi fa questo giochetto, detto “spam”.
In alcuni casi A può vendere la propria pagina a B, cosa assolutamente illegale, che pubblicherà solo post spam. Un milione di fans valgono 10000 euro, centomila dai 300 agli 800 euro. A differenza di Youtube, non è possibile ottenere soldi direttamente da Facebook: è per questo motivo che gli amministratori delle pagine più famose aprono siti web, verso cui sperano di far confluire parte della propria utenza, questa volta legalmente, visto che non intervengono terze parti.
È facile capire perché un like valga così tanto: per alcuni questo è diventato un vero e proprio lavoro a tempo pieno, o un modo per arrotondare lo stipendio. E la visibilità è tutto: più utenti contiamo, più persone verranno indirizzate al nostro sito dai motori di ricerca, mostrandolo tra i primi risultati. Così nascono applicazioni che permettono un reciproco scambio di visite, “Mi piace”, commenti e condivisioni. Addmefast.com fa proprio questo, ma esistono molti altri servizi analoghi. Anche su eBay sono presenti annunci di chi offre migliaia di like, decine di commenti e condivisioni in cambio di denaro.
Gratuito, ma…
Diffidiamo, però, da siti simili, perché non generano utenza attiva: sarebbe meglio aumentare il numero di fans migliorando la qualità dei contenuti.
Spesso sottovalutiamo l’importanza di un click, soprattutto se pensiamo a quante pagine web diverse visitiamo ogni giorno.
Ciascun utente porta a Facebook un guadagno di circa 5$ l’anno e, visto che non siamo noi a pagare, siamo proprio sicuri di non essere merce di scambio?
Michele Bertoni
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