Sottili e il tremendismo biancorosso I giganti di Masnago per la Reggina

Di fronte a quei tifosi che sono riusciti avventurosamente a tornare nel piazzale del Franco Ossola alle 5 di domenica mattina, dopo essere partiti alle 5 del sabato sera in furgone da Avellino, tutto scompare. Restano le cose importanti. Quelle che dice Papini: «Io sono un umile servitore del Varese e provo un infinito piacere nell’esserlo». Questa è l’incolmabile differenza tra Silvio, quei quaranta tifosi e tutti gli altri: se fai una

cosa per amore, non ti pesa. Anzi: ti pesa quando non la fai. Il Varese è un fiore da proteggere, non una mucca da mungere. Il Varese ti riempie (non le tasche, ma lo spirito; non la carriera, ma la vita). Prima vivi per lui e dopo per tutto il resto. Nessuno può dire “io sono il Varese”. Bisogna meritarselo ogni giorno, non è lui a doversi meritare te.

Lo diciamo a chi si lamenta del poco pubblico (quel poco sa stringersi e riscaldarsi-riscaldarti attorno alle cose vere), a chi non accetta i brutti voti in pagella (un professionista è pagato lautamente per non frignare e per fare autocritica, mettendosi in gioco e rispondendo sul campo), a chi non riconosce la fortuna di avere un presidente malato di Varese, disposto a morire della sua malattia.

Raccontava l’avvocato Lorenzo Mariani: «Giocavamo a Carpenedolo e in casa non sapevo come giustificare un’altra scappatella biancorossa. Allora ho detto: “Esco a prendere le sigarette in scooter, arrivo subito”. E poi, ogni volta che mi telefonavano per chiedermi perché non tornassi, inventavo sempre una scusa diversa: ho trovato un vecchio amico per l’aperitivo, si è piantata la moto… coprendo con la mano sul cellulare il rumore dello stadio di Carpenedolo».

Il Varese vale una bugia, una fuga, un tradimento. Vale tutto. Questo i “giganti” sugli spalti di Masnago lo hanno capito, ed è ciò che li rende uguali a Sottili. Costringendo Filippo Brusa a spiare la rifinitura da un buco nella rete del parco di Biandronno e provocando panico primordiale in chi deve scoprire la formazione (se Neto c’è, gioca; se non c’è va in tribuna: cioè la differenza tra la luna e il sole), l’allenatore toscano si gioca la vita (costringendo tutti a giocarsela con lui) in ogni modo e con ogni mezzo, con un tremendismo che fa gruppo, spirito, gioco, gol. Sarebbe disposto a bendare tutta Masnago, se sapesse che a occhi chiusi cercherebbe di urlare una volta in più forza Varese.

La Reggina si sente defraudata dal destino di vittorie che pensava di meritarsi. Sottili e il Varese, no. Nessun debito, nessun credito: il destino se lo creano con le loro mani.

Varese

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