La culla del basket senza più talenti

Varese basket city, culla di talenti e trampolino di lancio per tanti giovani e giovanissimi che ambiscono a ritagliarsi domani un posto importante sul palcoscenico più prestigioso della pallacanestro italiana. Un tempo forse era proprio così, oggi molto meno. Perché se crescere campioni in casa è comunque, da sempre, qualcosa di raro e prezioso, sfornare ragazzi capaci di ambire al professionismo e puntare in alto dovrebbe essere invece lo scopo e il successo di un territorio che nel basket può vantare, come detto, grandissima tradizione e un bacino di piccoli praticanti sempre, decisamente, vasto.

Alzi l’asticella e scappano

Andrea Meneghin ultimo fenomeno made in Varese. Dopo di lui tanti, fra i varesini doc e coloro che in provincia sono giunti per frequentare i nostri vivai, hanno calcato i parquet di A1 e A2, per usare le denominazioni del recente passato, ma la città del basket attende con ansia ormai da un decennio di trovare la sua nuova bandiera e la ricerca non sembra poter dare facilmente l’esito sperato. «Per una serie di ragioni, che spaziano dal cambiamento dei regolamenti alla capacità, tutta varesina, di perdere i nostri talenti migliori» racconta Pino Pinelli, allenatore che da ormai 30 anni ha sott’occhio le nuove generazioni che si avvicinano alla pallacanestro, occupandosi da sempre di minibasket.

La palla a spicchi, soprattutto in un territorio come il nostro, ha sempre il suo fascino. «Ma è sempre più difficile mantenere alti gli stimoli da parte dei ragazzini, che una volta diventati adolescenti spesso fuggono, presi da 100mila possibili scappatoie o interessi vari» sottolinea. «La voglia di sacrificarsi è poca, per cui appena un allenatore alza l’asticella, è facile che molti dei suoi atleti scappino».

Allegretti e Canavesi scapparono

Impegno e competenza a tutti i livelli, dalle società, ai coach, fino ai giovani giocatori: ecco il primo, indispensabile ingrediente di una formula di successo. «E i tecnici migliori dovrebbero tutti trovare giusta collocazione presso le società più grandi, perché è assurdo che personaggi di qualità come Giulio Besio e Gianni Chiapparo operino presso realtà più piccole».

Poi c’è la ben nota questione dei regolamenti. «La DiVarese di Vescovi e Ferraiuolo era costruita intorno a un solido nucleo di varesini» afferma Pinelli. «Perché una volta c’era il culto di tenersi stretti i talenti cresciuti in casa, mentre oggi chi ha i soldi fa decisamente prima a comprare giocatori già fatti e pochi sono i club che hanno interesse a investire nei settori giovanili».

Infine il difetto tutto nostro di dare poca fiducia ai ragazzi usciti dai vivai. «Gente come Marco Allegretti o Matteo Canavesi, che da Varese è dovuta scappare» racconta Pinelli. «O Lorenzo Gergati, che un anno dopo il ritorno della Cimberio in serie A non è stato tenuto nella giusta considerazione, e ancora Niccolò Martinoni, che nel suo ultimo anno di settore giovanile, alla Robur, faticavamo a vedere come dodicesimo e aggregato alla serie B, e che poi è finito in A a Treviso».

© riproduzione riservata