C’è un’aria diversa a Varese. Un’aria che non si è mai sentita ai piedi del Sacro Monte. Una brezza, un vento di speranza, che ci fa vivere un brivido lungo le schiene, che ci tiene svegli la notte, che non ci fa stare tranquilli e ci fa tornare bambini. Perché l’amore per il nostro Varese, il vero Varese, è rimasto immutato, verginale, immacolato, come quello dei bambini.
In questa estate nella terra dei sette laghi, si vive l’aria del mare.
Il mare dei tifosi biancorossi, agitato e tormentato da questi ultimi tre giorni di notizie altalenanti sulla sorte del Varese: si iscrive o non si iscrive? Vive o muore?
Noi stiamo con i veri tifosi, quelli che in queste ore gioiscono o disperano per una mezza parola sussurrata, per un’indiscrezione, per una speranza, per un sogno.
Il sogno di poter tornare a parlare di calcio giocato. Il sogno di poter dimenticare le tristissime e grigissime parole amare come fideiussione e conti bancari, e tornare a parlare con in bocca solo il sapore dolcissimo dei gol, dei fuorigioco, degli assist e delle parate decisive.
Noi stiamo con i veri tifosi. Gli stessi tifosi che hanno saputo mettere pressione, con la mobilitazione, con la passione, con il cuore, alla dirigenza, alle istituzioni, alle banche.
Loro hanno dimostrato quale forza possa avere il mare. Il nostro mare, quello biancorosso.
Forse – diciamo forse – il nostro mare, che è vestito col bianco della purezza e il rosso della passione, è riuscito a colorare il grigiore dei burocrati, degli imprenditori, dei banchieri, vestiti nei loro abiti eleganti ma monocromatici, in quella stanza l’altro ieri. Nella stanza dei bottoni, quella dove forse si è deciso, con un paio di strette di mano, con un paio di firme, il futuro della nostra squadra. Forse anche loro, in quel momento, hanno vestito gli stessi panni dei tifosi.
Vorrei sapere chi è quel pazzo che ha detto che a Varese non c’è il mare. Forse conoscerà la geografia ma non saprà mai del cuore di questa città.
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