Cosa sarebbe successo se Attilio Fontana non fosse andato insieme a Nicola Laurenza (e ad altre due persone dal grande cuore biancorosso) nella sede di Ubi Banca a Saronno, quando mancavano le garanzie richieste per l’iscrizione del Varese? «Vi rispondo facendovi un’altra domanda», butta lì il sindaco mentre aspetta di assistere alla finale Mondiale. «Cosa sarebbe successo se il Varese non avesse avuto tifosi che, con ogni mezzo e in ogni modo, si sono privati della voce e di tutto per urlare al mondo che questa squadra si salva e non si tocca?». Lui non ce ne vorrà, e lo stesso faranno i tifosi, se volendolo paragonare a
un giocatore biancorosso di questi dieci anni indimenticabili, noi scegliamo Giulio Ebagua: qualche volta ti fa incazzare, per la capacità di restare sulle barricate, arroccato nella sua coerenza (la coerenza può anche fare male) ma quando devi aggrapparti disperatamente a qualcuno o a qualcosa, spunta lui e mette dentro il gol che non t’aspetti, decisivo e spiazzante. Capace di cambiare una storia già scritta, e di scendere in campo per quelle stesse persone che gli hanno dato qualche dispiacere in un rapporto a volte conflittuale ma sempre diretto, tosto e leale. Da tifosi del Varese, unici e rari, a tifoso del Varese.
Non dire gatto finché non l’hai nel sacco.
Mai dire mai. Però Varese e il Varese, per piccoli che siano, hanno un nome che è rispettato. E che è una garanzia, se è quella che cercavamo. Di più: finché ci sono tifosi così viscerali e guerrieri, le loro parole e le nostre parole arrivano anche in cielo.
Che una società come il Varese deve guardare bene dentro i conti perché non succeda mai più di arrivare a una situazione del genere. E che non va mai fatto il passo più lungo della gamba: meglio rischiare di perdere sul campo che rischiare la pellaccia a luglio. Ma l’inversione di marcia è già stata imboccata.
L’arrivo di Bettinelli rappresenta una svolta epocale. Sarà solo l’allenatore, ma porta con sé una filosofia e un esempio virtuoso, che dal piano basso risale fino in cima. Io sono convinto che anche l’Italia avrebbe bisogno di un Bettinelli.
Il calcio italiano non corre più, non è arrabbiato. È troppo vecchio, non rischia, non inventa. S’arrocca su ciò che ha, ma non sull’identità e sui vivai. Bettinelli è il contrario: quello che ha, è il massimo. Due vecchietti e nove giovani, e avanti popolo. Tra l’altro, è la storia del Varese. O compri gli 11 giocatori migliori che ci siano, oppure lanci i tuoi giovani. Sapete dell’Inter Primavera di Stramaccioni che ha vinto l’ultima baby Champions League sull’Ajax quanti ragazzi giocano in prima squadra oggi?
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Esatto, ma era facile.
E dell’Ajax?
i.
Sei. Ma se l’Inter, il Milan o la Juve mandano in giro i loro giovani, perché il Varese deve fare come loro invece di fare il Varese e lanciarli, come l’Ajax?
La forza di un vivaio è quella di fare diventare grandi assieme i suoi giocatori, di dare a tutti la stessa impronta, un gioco corale, una complicità, una cultura biancorossa. Il coraggio e lo spirito del Varese derivano da quest’identità che nasce dal basso. Bettinelli questa cosa ce l’ha dentro: che paura dobbiamo avere? Stavamo retrocedendo col miglior attaccante della B e forse di metà A. Io non punterei sul singolo: nel gruppo c’è la forza morale di undici Pavoletti. Ho visto Varese-Padova e mi sono detto: siamo retrocessi. A salvarci è stata la maglia, il tifo e l’appartenenza che Bettinelli è riuscito a riversare nello spogliatoio. Come Aldino Ossola.
Sì, lui. Io sono cresciuto con l’idea che se Ossola fosse andato a giocare per Milano, gli avrei tagliato le gomme prima che fosse arrivato al casello dell’autolaghi. È Varese che fa la differenza, l’aria di Varese, il gruppo che si crea: qui l’alchimia e le radici, se ci credi e le difendi, ti portano più lontano di qualunque scelta economica o del grande nome che dura lo spazio d’una stagione (vedi Mike Green nel basket). Meglio un grande vivaio di un grande centravanti.
Questo presidente va difeso perché ha mostrato uno spirito, un entusiasmo e un coraggio da leoni quando tutto sembrava perduto e tutti si sarebbero arresi. Si riparte da Laurenza e poi vediamo.
In linea generale preferisco un giocatore che resta per mille euro in meno perché sa che su di lui costruisci un progetto e una squadra.
Questo non lo so, ma so che uno come lui non è mai stato a Varese per fare passerella, una storia d’amore di sette anni regge solo sulla sincerità. Ha dimostrato talmente tanto amore per la nostra pallacanestro, che per allontanarsi deve proprio essere costretto a farlo. Ha mandato giù molti bocconi amari, eppure s’è dimostrato più varesino di tanti varesini: nell’orgoglio, nella tempra, nella capacità di crederci e ripartire. Non finirò mai di ringraziarlo.
So che nome volete farmi dire. Vi rispondo così: mi spiace che si parta in ritardo ma vorrei essere così ricco da potermi comprare io la Pallacanestro Varese.
No, sono grandi. È la spinta maggiore perché la squadra venga costruita. È la dimostrazione che la Pallacanestro Varese non può morire, e non morirà.
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