VARESE Sono le nove del mattino di una giornata che, al civico 10 di via Pola, non è uguale a tutte le altre: posteggiate lungo la stradina di Biumo che dal 2001 ospita il centro di accoglienza «Varese dà asilo» ci sono quattro auto della polizia locale e una volante della polizia gravita discreta nei dintorni. Dietro le sbarre di ferro del cancello chiuso con catena e lucchetto s’intravedono gli uomini in divisa di via Sempione, gli operatori delle «Querce di Mamre» (la cooperativa sociale della Caritas ambrosiana che gestisce la struttura) e il dirigente dell’assessorato ai servizi sociali di Palazzo Estense, Francesco Spatola. Dallo stabile di tre piani color ocra – di proprietà della Fondazione Molina ma preso in affitto dalla Caritas varesina – s’affacciano alcuni dei sedici ospiti (i posti sono in tutto diciotto). Si
tratta di stranieri, tutti uomini, provenienti perlopiù dall’Africa settentrionale e centrale e accolti in via Pola nell’ambito del «Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati» cui Palazzo Estense aderisce dal 2001, con l’eccezione del biennio 2003-2004. È in corso uno sgombero. Lo sgombero totale del centro, tornato da un paio di settimane al centro delle cronache cittadine. Da un lato, l’ennesima presa di posizione del sindaco leghista Attilio Fontana, determinato a sospenderne l’attività con il sostegno del Viminale; dall’altro,la querelle scatenatasi venerdì 23 gennaio, con la rottura degli impianti di riscaldamento e il successivo esposto presentato dagli immigrati alle forze dell’ordine, infreddoliti e infastiditi. In un primo momento, però, la decisione di trasferire altrovegli immigrati in attesa del riconoscimento dell’asilo viene ricondotta a problemi tecnici legati allo stabile: ovvero, impianti da sistemare e controlli da attuare.
I primi ospiti escono intorno alle 11.20 e sistemano le poche cose raccattate nel furgone bianco dell’A.di.a.psi, messo a disposizione dalla Caritas per i trasferimenti in centri d’accoglienza analoghi nelle province di Varese e Milano. Gli ultimi se ne vanno alle 13.
«La decisione è stata assunta dall’assessore ai servizi sociali con l’assenso della giunta» riferisce il dirigente Spatola riconoscendo come «gli eventi successivi al caso del riscaldamento» abbiano «favorito questa scelta, in seguito alla quale approfitteremo per sistemare la struttura». Conferma Navarro: «Tutti gli ospiti, quando entrano, firmano precisi accordi che, nello specifico, non sono stati rispettati. Da qui la nostra decisione, condivisa con la Caritas». Viene riferito un clima teso all’interno, scaldato probabilmente da alcuni ospiti particolarmente critici forse perché provenienti da paesi dove sono in corso gravi conflitti.
La Caritas ambrosiana, dal canto suo, s’affida a un comunicato: «Prendiamo atto della decisione del Comune che "tenuto conto delle problematiche tecnico-logistiche della sede, che necessita di verifiche in ordine alla sicurezza e al confort igienico-sanitario nonché di eventuali interventi manutentivi da concordare con la proprietaria fondazione Molina, non praticabili contestualmente alla presenza di ospiti" ha deciso di chiudere il centro». E ribadisce l’impegno verso gli ospiti, sia quelli in attesa del riconoscimento di rifugiato politico che quelli che di fatto lo hanno già ottenuto.
Un carico aggiuntivo considerando che l’attività del centro si regge su finanziamenti ministeriali girati alla Caritas dal comune: vitto, alloggio e 1,5 euro al giorno per le piccole esigenze di ciascuno degli ospiti. Infine, nel ricordare le oltre 200 persone accolte dal 2001 a oggi, Caritas auspica «l’amministrazione continui a mettere il centro di via Pola a disposizione dello Sprar». Una questione sulla quale Palazzo Estense dovrà trovare un accordo politico, entro un mese.
Sara Bartolini
s.bartolini
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