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Io e il “Panta” non abbiamo praticamente mai avuto modo di correre insieme. Io ero passato professionista, lui stava vivendo le sue ultime stagioni nel gruppo: testardamente aggrappato al suo passato e insieme al suo presente.
Non abbiamo mai avuto modo di chiacchierare, non siamo mai andati al di là di qualche timido saluto. Non era mica semplice, per un ragazzino come me, accostarmi a un così grande campione senza provare un po’ di sacrosanto timore reverenziale.
Pantani era il ciclista che guardavo e spingevo quando correvo da dilettante e sapevo che, un giorno o l’altro, quella maglia rosa che gli vedevo addosso sarebbe stata anche nelle mie mani. Pantani era quello che era riuscito a mettere il nostro sport sotto una luce nuova e bellissima. Pantani era il ciclista che tutti noi aspiranti campioni sognavamo di essere.
Ho vissuto la sua morte come l’hanno vissuta i suoi tifosi: spiazzato e incredulo, con un pensiero immediato a tutti i suoi tifosi rimasti orfani e ai suoi genitori costretti alla prova più straziante. Quella di piangere la scomparsa di un figlio.
Pantani, però, non se n’è mai andato: è tornato e ritornato ancora, in tutti i miei anni di corridore. In ogni mia corsa, in ogni mia vittoria: ma soprattutto al Giro d’Italia. Perché quella è la sua corsa. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, le strade sono piene dei suoi tifosi che sembra stiano lì ad aspettarlo ancora. Ci sono striscioni per lui, scritte sull’asfalto. E a casa mia ci sono due coppe, quelle dei Giri che ho vinto, che portano inciso il suo nome.
Ma Pantani, oggi, vive nella gente del ciclismo. Mi capita spesso, durante i miei allenamenti quotidiani, di sentire qualche passante che vede uno in bicicletta e grida. “Vai, Pantani!”.
Ecco, cos’è stato Marco. Anzi: ecco cos’è Marco. Uno capace di entrare nel cuore della gente per non andarsene più. Il ciclismo è fatto dalla gente che va sulle strade, e basta: ecco perché Pantani è il ciclismo.
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