Roma, 5 feb. (Apcom) – Dagmawi Ymer, per gli amici Dag, è un
giovane etiope che ha vissuto sulla propria pelle le
sopraffazioni e le violenze della polizia libica, dopo essere
fuggito da Addis Abeba, dove studiava giurisprudenza. Ha uno
sguardo dolce e fiero, come molti suoi connazionali, e nel
film-documentario “Come un uomo sulla Terra” ha raccontato la sua
fuga, cominciata nel 2005 via terra, nel deserto tra Sudan e
Libia, e poi proseguita via mare fino in Italia, a Roma. La sua è
una denuncia delle brutali modalità con cui la Libia sta
operando, per conto e grazie ai finanziamenti di Italia ed
Europa, per contrastare il flusso dei clandestini dall’Africa.
“In quei container ci hanno caricato in 110. Siamo stati
arrestati nelle retate in città, a Bengasi e Tripoli, e poi
ricacciati indietro verso il Sudan”, ha ricordato Dag. Quei
container si vedono chiaramente nel film o nelle foto
dell’osservatorio Fortress Europe: sono camion rimorchi con delle
piccole grate laterali usate come fessure per l’aria. Dentro, non
sempre, ci sono della panche, e i migranti sono costretti ad
attraversare il deserto sotto il sole cocente, alle volte senza
acqua, nel trasferimento da un centro di detenzione all’altro.
“Abbiamo voluto raccontare tutto ciò agli italiani non perchè
vogliamo compassione – ha detto nel corso di una conferenza
stampa organizzata da Amnesty al Cinema Nuovo Olimpia a Roma – ma
perchè crediamo sia un modo per aiutare quelli che stanno ancora
lì e stanno soffrendo”. Dag non ha dubbi: questa storia “non è
nuova”, lo sanno tutti cosa accade laggiù, dal centro di
identificazione al governo.
“Questi container sono usati per la deportazione – ha denunciato
Gabriele del Grande di Fortress Europe – i migranti sono poi
rinchiusi in stanze di 3 metri per 8, fino a 40-50 persone,
uomini e donne”. In una delle foto che il giornalista è riuscito
a scattare nel campo di Zlitan, che può rinchiudere fino a 325
persone, in attesa del loro rimpatrio, si intravede sul muro la
scritta “Guantanamo”: “Non è molto diverso da qui, anche qui c’è
sospensione del diritto: nessuna convalida di arresto, nessun
giudicato e così via”.
“Il documentario è nato tra marzo e settembre 2008 dentro la
scuola per stranieri Asinistas a Roma – ha spiegato il regista
Andrea Segre – volevamo raccontare ciò che succede ai
protagonisti silenziosi di questo Trattato”. L’incontro è stato
organizzato in tutta fretta, due giorni dopo la ratifica del
Trattato di Amicizia tra Italia e Libia: “E’ stato un iter
complicato e lungo, con assenza di trasparenza, e senza garanzie
per i diritti umani, che mette a rischio la vita di altre
migliaia di migranti”, ha dichiarato Riccardo Noury, segretario
della sezione italiana di Amnesty International.
Il problema riguarda soprattutto i migranti provenienti
dall’Etiopia , dall’Eritrea (quasi tutti disertori) e dal Sudan,
ha spiegato Christopher Hein (Cir). Non si possono rimpatriare e
così restano a marcire nei centri di detenzione (Fortress Europe
ne ha contati 28) in attesa di sapere cosa sarà di loro. Ma
intanto passano uno o due anni, o anche di più.
Cuc
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