«Restare a Varese per Pozzecco»

Punto fortemente a rimanere a Varese. Appena sarà sciolto il nodo-allenatore, mi confronterò con la società e prenderemo una decisione».

Andrea De Nicolao non è uno che si nasconde. Idee, progetti, convinzioni: niente giri di parole, ma messaggi chiari. Il play veneto è rimasto in città e sta lavorando ancora, tutti i giorni, con il vice-allenatore Jemoli e il preparatore Armenise, a testimonianza di un impegno che non è certo cessato con l’ultima sirena della stagione.

Innanzitutto, sono felice di aver letto quelle dichiarazioni, significa che il club è contento di quello che abbiamo fatto. Appena sarà ufficializzato il nome dell’allenatore per la prossima stagione, definiremo il mio ruolo nel progetto, secondo le intenzioni del tecnico. La garanzia che io ci sia o meno dipende ovviamente da quello, e da nient’altro.

Devo dare una risposta entro la metà di giugno. Da parte mia, io sto bene a Varese e punto a rimanerci.

Giudico Stefano un tecnico eccellente. Perderlo sarebbe un fatto negativo: per me, per la società e per l’ambiente. Mi ha dato grandi responsabilità e io ho cercato di ripagarlo nel migliore dei modi. Qualora Vitucci dovesse fare un tentativo, credo che Bizzozi, che ora ha altro a cui pensare, dato che si trova in Africa in missione umanitaria, farà le sue valutazioni. Io mi auguro resti, per il bene di tutti.

Un nome come il suo scalda l’atmosfera, credo sia un fatto molto positivo. Per quanto mi riguarda, penso sarebbe bello essere allenato da colui che è stato forse il più grande play italiano di sempre. Potrei imparare tanto.

È andata davvero così, c’è stata grande vicinanza anche nei momenti più difficili, poi nelle ultime gare la partecipazione della gente è stata addirittura pari a quella dello scorso anno. La città è sempre presente e spero continui ad esserlo anche in futuro.

Sulla questione sono particolarmente battagliero, in particolare sulla regola dei 7 stranieri più 5 italiani per squadra, che trovo ingiusta. Il rapporto dovrebbe essere perlomeno invertito, o forse si dovrebbero introdurre criteri ancor più restrittivi, limitando a 3 o 4 per roster il numero massimo consentito, senza fare distinzioni fra comunitari ed extracomunitari.

Gli italiani devono giocare di più, anche nell’interesse della Nazionale. E’ grave che, nonostante i successi azzurri a livello giovanile ottenuti negli ultimi anni, nulla stia cambiando. Il pubblico viene alle partite perché vuol vedere giocare i talenti di casa, non gli stranieri, che sono pronti a cambiare squadra alla prima occasione, perché non sentono il legame con la società e la maglia che indossano.

Io dico che, dal punto di vista dei club, si dovrebbe puntare su quei giocatori che possono dare tanto sul lungo periodo, perché un italiano, se si trova bene, non ha difficoltà a rimanere nella stessa città e nella stessa squadra per tanti anni. Del resto, in alcune fra le più grandi realtà cestistiche europee, succede proprio così. In Grecia per esempio, dove club come l’Olympiakos affiancano, a un ristretto numero di stranieri, ragazzi cresciuti nel vivaio o comunque di nazionalità greca. Questo è il modello da seguire.

Io e Achille siamo riusciti a trovare il nostro spazio, ma non è affatto semplice nel basket di oggi.

Campionati come la DNA Silver devono essere realtà costruite intorno ai nostri ragazzi, e non ad altri, dove gli italiani possano farsi le ossa, giocare e anche tanto, con la possibilità di sbagliare, se capita. Esperienze di formazione insomma, come è stato per me quattro anni fa a Castelletto Ticino. Tecnica, carattere e testa si sviluppano solo così, non le inventi da un giorno all’altro.

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