«Io mi sento un varesino ora, anzi un “casbenatt”: quando vado in altre città non desidero altro che ritornare qui». A volte con poche parole si riesce a rendere l’idea di un legame profondo, di quelli che solo le difficoltà sanno intrecciare in un doppio filo inestricabile.
E di peripezie il lungo viaggio verso la libertà di ne ha avute molte: ma la realtà di Varese, e di Casbeno in particolare, rappresenta la sospirata meta e un lieto fine.
Mehdi ha 27 anni, è afghano ed è un rifugiato politico. Ha lasciato il suo Paese nel 2007, nel mezzo di una guerra senza ragione e senza fine che reprimeva i sogni e le aspirazioni di un ragazzo che voleva un futuro diverso.
Prima tappa Perugia, con un visto da studente: impara la lingua italiana, frequenta l’università e si mantiene con dei piccoli lavori. Il visto però scade, va in Norvegia e poi ritorna in Italia, perché il suo caso rientra nella Convenzione di Dublino: può chiedere asilo politico e lo Stato deputato ad esaminarne la domanda è proprio il nostro.
L’approdo è nella casa di accoglienza di via della Conciliazione, a due passi dalla chiesa del quartiere, creata con il finanziamento del Fondo europeo per i rifugiati 2008-2013: «Pur essendo già stato in Italia, non conoscevo nulla di Varese – racconta Mehdi – Mi trovavo nella condizione di un immigrato che non aveva dimora e soprattutto non sapeva quale sarebbe stato il suo futuro».
L’iter burocratico è gravoso: il “si” o il “no” pronunciati da una commissione sono una roulette russa su cui si giocano i giorni a venire. Nel frattempo però Casbeno lo accoglie, gli dà speranza. Nella casa del rione trascorre il tempo in attesa dell’agognata risposta, migliora il suo italiano e infine ottiene quanto gli spetta: può restare in Italia.
Al quartiere si affeziona come ci si può affezionare solo a chi per primo apre le braccia per te. Oggi il centro è fermo, in attesa che riparta un progetto analogo a quello creato nel 2008: Mehdi ne è custode insieme a , un ragazzo che ha vissuto una parabola analoga.
Quel legame indissolubile è certificato dalla sua nuova vita: il 27enne è diventato interprete per la questura e lavora per un’agenzia di mediazione culturale per rifugiati richiedenti asilo.
Un modo per ricambiare quanto gli è stato donato, cercando di lenire le pene e le difficoltà pratiche di chi compie il suo stesso percorso: «Il primo ostacolo da superare è la barriera linguistica. Io parlo quattro lingue e assisto gli ospiti nei bisogni primari». L’apporto necessario spesso è soprattutto psicologico: «L’attesa per la risposta della commissione è dura: così racconto la mia storia, cercando di convincere chi la rivive che tutto si sistemerà».
Nel suo futuro c’è un sogno da coltivare nel campo dell’informatica. Nel presente quella tranquillità ritrovata nella nuova casa, così lontana da quella originaria.
«Non so cosa mi riserverà il destino – conclude Mehdi – fosse per me resterei sempre qui. Ho provato a ritornare in Afghanistan: dopo anni di guerra non è cambiato niente. Nulla, lì, mi consente di vivere come vorrei».
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