Ecco i volti dei premiati dal concorso “Racconta e Vinci”

Ecco i volti dei premiati
dal concorso “Racconta e Vinci”

Si è concluso con le premiazioni dei vincitori il concorso . Abbiamo deciso di stimolare i nostri lettori coinvolgendoli attorno al mondo delle moto.

Sinonimo di libertà e compagna di viaggio per molti di noi, la moto non è semplicemente un mezzo di trasporto. È un modo di vivere e, secondo noi, anche di esprimersi.

Ed è proprio questo che abbiamo chiesto: di parlare attraverso una foto o un racconto, trasmettendoci la vostra passione per il mondo delle due ruote.

La vostra risposta è stata travolgente e non è stato facile scegliere i vincitori.

Ad aggiudicarsi il primo premio riservato alla categoria delle fotografie è stato : la sua immagine ci ha colpito trasmettendoci tutto il fascino che sta dietro a un viaggio.

Dietro di lui che, con la sua foto, ci ha mostrato che non esistono confini: basta solo un serbatoio pieno.

Vincitore nella categoria dei racconti è stato . Per lui andare in moto è qualcosa di naturale e spontaneo: leggendo le sue parole (qui di seguito trovate il suo racconto) ci è venuta voglia di uscire a farci un giro sulla nostra amata due ruote.

Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato al nostro concorso e ringraziamo anche chi lo ha reso possibile, mettendo a disposizione i premi: un casco e una felpa griffati Vespa, donate da , proprietario di Ghezzi Moto Srl, e un occhiale da moto offerto da .

“Io sono Dona Flor. Non ho gambe, ho gomme. Non ho braccia, ho manopole. Il mio cuore è il blocco motore, i miei polmoni, il carburatore. Osservo con gli specchietti. Penso con la centralina. Io esisto. Sono una Honda Africa Twin 650 nata nel 1990. Io non sono una moto. Io sono LA moto. E vivo in simbiosi con il mio passeggero. Pura armonia, in pace con me stessa, nessuna cattiveria. All’inizio fu reciproco rispetto. Ci davamo del “lei”, guardinghi, sospettosi, il minimo indispensabile.Il riguardo si trasformò in stima che divenne adorazione nel tempo, macinando migliaia di chilometri, affrontando insieme perturbazioni atmosferiche e stradali. E’ un pomeriggio di un giorno da cani. Il sole spacca l’asfalto. Attendo con la chiave inserita nel quadro. Non ho il bloccasterzo, un giogo, un collare d’altri tempi e sono libera di muovermi.Il parcheggio è semideserto, ho scambiato due parole con una BMW K 100, altezzosa, sprezzante, fin troppo pulita, guarda dall’alto in basso i miei tatuaggi e le firme di calciatori sul serbatoio. Gli anziani sono sempre cosi, giudicano la forma, mai la sostanza. Il caldo si fa insopportabile, è un’indian summer. Eccolo. Percepisco agitazione, frenesia. Accensione, si parte. Muove con nervosismo la manopola del gas, frizione in massima sollecitazione, marce in continua variazione. Sono pronta ad ogni sfida, ormai sono di famiglia, ho assistito alla nascita dei suoi tre figli, ho cullato i loro trasferimenti da casa all’asilo e poi a scuola e al campo sportivo e in piscina… Ho gioito e pianto. Ho impennato e derapato. Mi sono commossa per le pacche sul serbatoio. Ho sofferto per gli inverni rigidi. Ma non l’ho mai tradito. E lui non ha mai tradito me. Lui in tuta o calzoncini, io incerottata, polverosa, selvaggia, ma meccanicamente perfetta. Il traffico ci rallenta, la guida è irrequieta. Slalom tra le auto. Come sempre, gli “scalda volante” non mantengono una linea precisa, pensano di essere i padroni, si posizionano ovunque. Scarto un inutile SUV, mi allungo sul tratto di rettilineo, sobbalzo su una buca, mi arrampico per un attimo sul marciapiede, infilo al pelo un semaforo. Impegno tutta me stessa. E’ una trasferta importante, lo capisco. Sono tesa come una corda di violino. Freni, catena, corona e pignone, il mio apparato scheletrico è al massimo della sollecitazione. Ho capito, siamo in missione per conto di Dio… Piego in curva ed ecco l’autostrada. Non la amo particolarmente, tutta uguale, rettilinea, senza una logica, auto e mezzi pesanti ovunque. Telefonano, inviano messaggi, guardano i tablet, i conducenti fanno di tutto tranne che guidare… Divoro l’asfalto, attenta a preservare il mio pilota. La sua vita è la mia. E devo rendergliela ancora più bella e felice. Lui mi parla, mi gratifica, mi fa sentire importante. Morirei per lui. Si, lo amo. Di un amore meccanico, irreale, che non mi consuma ma mi carica. Mi ha cresciuta, mi ha plasmata, mi ha cambiata in meglio. Essenziale, mi ha insegnato a vivere libera, fuori dagli schemi, senza dare importanza ai giudizi delle altre moto che mi vedono stantia, poco lucida, trasandata. Il contagiri sale, poche volte mi ha sollecitata cosi. Andiamo veloce, forse troppo, ma lui sa che si può fidare, la strada è mia, mangio le corsie. E’ troppo importante, rimango concentrata. Un lampeggio per avvisare un furgone, un saluto ad una Kawasaki in modalità passeggio ed eccoci al casello. Piccola coda, non si salta mai. Rispetto prima di tutto. La sosta mi fa salire la temperatura, febbre da asfalto, la ventola mi concede un poco di sollievo. Guida nervosa, sollecitazione massima, tesa come una corda di violino. Ricordo quando mi precipitai in Ospedale per la nascita del suo secondo figlio. Era una notte stellata di agosto, strade deserte, semafori lampeggianti. Percorsi il tragitto quasi impennando, tanta era la tensione. Come ora. Ne sono certa, è la genesi di qualcosa di importante. Batto in testa, pistone contro cilindro, lo sforzo è massimo. Bruciamo un semaforo all’ultimo secondo, ancora arancione, sul filo del rasoio. La frenata brusca mi conferma l’arrivo, brucia il pneumatico, mi scoppia il volano. Quasi in lacrime per lo sforzo, ho dolori ovunque. Ma anche stavolta l’ho condotto alla meta. Mi riposo, ansimante, sul cavalletto laterale, godendomi il bacio e la carezza sul serbatoio del mio amore impossibile. Mi accorgo di essere l’unica moto in un covo di autovetture. Vestite uguali, ingioiellate, impomatate, senza ritmo, nessuna armonia. Il parcheggio è semivuoto, sono auto di servizio. Una utilitaria informa che mi trovo presso la sede regionale della FIGC, mondo del Calcio. Trovo piacevole la conversazione, la piccola è simpatica ed invidia i miei colori, il giallo del sole, il verde del prato, il blu intenso del cielo. La sua vita è noia, sempre carica di documenti, riunioni ad ogni piè sospinto, integrata in un pianeta di formalismi. Si alternano alla guida piloti banali, vecchi dentro. Soliti discorsi, pettegolezzi, invidie, esattamente come i politici…, con la differenza che pensano di essere migliori di altri. Provo un moto di compassione. Merita di meglio. Le nostre confidenze si interrompono all’arrivo del mio passeggero. Il mio albero motore trattiene il respiro, capirò subito se sarò stata all’altezza, se avrò portato a termine la missione, se l’avrò soddisfatto. Mi appoggia la mano sulla sella, una carezza intima che mi fa fremere. Calore, serenità, sicurezza. E poi mi parla. “Tesoro, ce l’abbiamo fatta. Hai contribuito alla nascita di ciò che per me è come fosse un figlio. Oggi mi hai permesso di consegnare in tempo le carte per l’iscrizione dell’A.S.Varese 1910, una squadra di Calcio. Vedrai che farà grandi cose. E anche per merito tuo.” Il bacio che mi depone sul cupolino vale più di mille tagliandi. Brividi alle candele. Volgo lo sguardo all’utilitaria. Mi osserva con un pizzico di gelosia. Il suo saluto è un lampeggio di rimpianto. Io sono Dona Flor. Io non sono una moto. Io sono LA moto. Io esisto.”

Marco Caccianiga

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