Valerio Bianchini è stato dappertutto, portando la sua filosofia ancora prima che il suo sapere cestistico. Valerio Bianchini è semplicemente “il Vate”. Ogni sua riflessione è una risposta ai tanti perché della grave crisi che la nostra pallacanestro sta attraversando. Ogni sua analisi uno spunto per aprire un dibattito che non fa sconti a nessuno.
In un panorama disastrato, Varese è un esempio virtuoso a livello di struttura societaria, per la strada intrapresa della multiproprietà. Per il resto, la pallacanestro italiana non ha saputo adeguarsi ai tempi, ha fatto finta che intorno a sé nulla stesse cambiando, mentre tutto invece cambiava.
È finita l’era dei grandi investitori, eccezion fatta per Milano, e di fronte a questa realtà il basket si è trovato nudo. Le società, da sempre adagiate sul mecenatismo, hanno fatto poco o nulla per crescere e migliorare. A cominciare dalla situazione dei nostri palazzetti: vecchi, inadeguati e privi di qualunque spazio dedicato, per esempio, al marketing, per non parlare del comfort.
Sì, ma si è concentrata solo sulla nazionale, da almeno un decennio a questa parte. L’organizzazione dei campionati è stata totalmente affidata alle varie leghe, ognuna delle quali ha pensato soltanto a se stessa. I risultati sono lì da vedere, con le squadre che spariscono da un anno all’altro e l’interesse delle tv praticamente inesistente.
Parto dalla considerazione che gli allenatori sono oggi una piaga di questo basket: sembrano automi, fanno tutti le stesse cose. Il gioco è noiosissimo e manca qualunque dialettica tattica. Vince chi riesce a fare canestro da tre, altrimenti si perde. E poi c’è un deficit clamoroso in fatto di comunicazione: i tecnici parlano per luoghi comuni, dovrebbero fare narrazione dell’evento e invece usano un linguaggio che non arriva, che non ha idee.
Da questo punto di vista, il suo eventuale approdo a Varese sarebbe una mano santa. È un uomo di straordinaria personalità. Che in campo, da giocatore, poteva anche essere negativo a livello di squadra, perché era egoista: ma era anche abilissimo e fantasioso. Tutte le sue trovate ne facevano un personaggio. Nelle vesti di allenatore non posso giudicarlo, non ho mai visto partite della sua attuale squadra. Mi pare che a Capo d’Orlando abbia messo insieme un gruppo di vecchietti capaci di cavarsela al meglio in un piccolo campionato come la LegaDue.
Avrà sicuramente bisogno di fare un po’ di gavetta, ma ciò che potrebbe consentirgli di essere davvero un passo avanti a tutti è la scelta del vice. Il Poz porterà con sé sicuramente un potenziale comunicativo enorme, in un panorama grigio come il nostro: ma avrà bisogno di un assistente esperto al suo fianco. Bizzozi, nel caso specifico, andrebbe benissimo. La coppia ideale è data a mio giudizio da quel mix, come fu per Boniciolli e Zorzi ad Avellino.
Sono problemi che la squadra aveva già con Scariolo. Banchi ha dato grande difesa e ottima circolazione di palla, ma non è ancora riuscito a incidere sull’aspetto psicologico: così ogni tanto la squadra va alla deriva. Forse perché non è ben supportato dallo staff: servirebbe anche a lui un assistente esperto, com’era Marco Crespi a Siena.
Navigano su una zattera senza sapere verso che porto sono diretti, ma intanto continuano a lottare. Sull’ipotesi di associazione a delinquere non mi pronuncio, parleranno i giudici. È vero che Siena aveva tanti soldi, ma ciò che conta è che ha saputo spenderli bene, valorizzando i suoi tecnici e i suoi giocatori, per poi venderli quando avevano già dato il meglio di loro stessi.
Assolutamente no, per nulla. Il merito è tutto della società nel cui settore giovanile Belinelli è cresciuto, società che da decenni investe e crede nella crescita dei talenti: la Virtus Bologna
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