Un campione eterno Gek saluta il basket

Se dovessimo realizzare una locandina per uno spettacolo teatrale sulla sua carriera, titolerebbe così: “Giacomo ‘Gek’ Galanda: 210 cm di poesia”. Ha disputato 680 partite in Serie A collezionando 4907 punti e 2476 rimbalzi. Questi dati sottolineano immediatamente l’impronta che il cestista friulano ha lasciato nel basket italiano nell’ultimo ventennio. Un’avventura che, dall’esordio nel 1993 a Verona, tocca grandi piazze quali Milano, Varese, Bologna e Siena, per poi concludersi a Pistoia con un palmarès decisamente invidiabile: cinque campionati vinti tra Serie A e Legadue, una Supercoppa e una Coppa Italia. Si è prodigato anche con la nazionale, con la quale è salito su ogni gradino del podio europeo, senza farsi sfuggire nemmeno la conquista di un argento olimpico ad Atene 2004.

È difficile scegliere. Ci sono partite decisive e belle da giocare, se le vinci ti rimangono nel cuore. Porto sempre come esempio il match contro la Francia in Svezia nel 2003: vincemmo una gara incredibile contro una squadra che ci aveva umiliato poco tempo prima, conquistando il bronzo europeo e la qualificazione olimpica. Mi hanno reso omaggio in tutti i campi, ma il ritorno quest’anno a Varese è stato speciale.

Sono legate: mi ricordo di aver sbagliato un tiro dall’angolo assolutamente nelle mie corde contro l’Australia nei quarti delle Olimpiadi del 2000. Ci avrebbe fatto vincere. Questo errore fu la scintilla che mi caricò e mi fece presentare pronto quattro anni dopo quando conquistai l’argento con un gruppo fantastico.

In un gioco che si mostra sempre più improntato all’atletismo, bisogna compensare con tecnica e tattica: il basket è molto complesso, perciò usando la testa si può vincere. La mia capacità è stata quella di mantenere la mia indole da giocatore di sistema: si gioca in cinque, non da soli. Spesso la giocata fondamentale è di un uomo senza palla, in sostanza, bisogna sempre farsi trovare pronti e leggere le situazioni in anticipo.

Sono stati ventun anni fantastici, ho avuto la fortuna di giocare al mio lavoro. Quando vinci, il ricordo rimane ancor più indelebile: l’annata magica è stata quella di Varese, abbiamo vinto inaspettatamente un titolo che rimarrà nella storia, un po’ come lo scudetto del Verona Calcio, grazie a un gruppo di giocatori veri. Non cambierei nulla della mia carriera, neanche le annate storte, mi sono servite per imparare e migliorare. Se guardo il complesso non mi posso certo lamentare, sono stato molto fortunato.

Copiare da Larry? Magari! Ovviamente da bambino immaginavo di essere lui, quindi in maniera subdola e inconscia ho provato ad imparare, ma non mi metto certamente al suo livello. Adoravo la sua sicurezza unita alle capacità e alla voglia di vincere: un binomio di classe e grinta. Dovevo imparare! Dicono che Melli mi assomigli, gli auguro di avere una carriera lunga come la mia, anzi di fare anche meglio.

Tornerà a Varese magari in un ruolo dirigenziale? Per il momento il mio futuro è a Pistoia, ho alcuni progetti avviati tra cui il ‘Gek Galanda Camp’. Insegniamo ai ragazzi gioco, grinta, lealtà e umiltà: molti giocatori e allenatori hanno aderito con passione a questa affiliazione sparsa in tutta Italia. Si dice che i ragazzi imparino meglio quando spiega uno di loro. Varese rimarrà nel mio cuore, è una piazza speciale. Tengo la porta aperta, in futuro perché no?

Si ritira tra gli applausi degli amanti del basket che, come hanno fatto per tutta la sua carriera in ogni palazzetto, lo celebrano un’ultima volta al Forum di Assago dopo gara-5 tra Milano e Pistoia. Tutto il pubblico italiano si inchina davanti a lui e pensa: «Grazie grande Gek per tutto ciò che ci hai mostrato…».

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