– «Filippo, dai, vieni anche tu». Filippo è una (solo una) delle rappresentazioni di adolescente che ti aspetteresti di trovare fuori da una scuola, ovunque essa sia. È smilzo, imbucato nel suo giaccone troppo grande, ha gli occhi timidi ma vivaci, l’insicurezza nella leggera curvatura della postura e i capelli disordinati e incuranti che si portano solo a quell’età. A chiamarlo è un esemplare della sua stessa specie, solo diverso:
l’amico che lo invita a unirsi alla catena umana, quella che rapidamente si sta formando intorno ai muri esterni del Daverio, ha gli occhiali da sole appoggiati sulla chioma corta, la furbizia disegnata su quei pochi peli che un giorno diventeranno barba e il sorriso accattivante e – nel caso specifico – convincente. Anche lui adolescente, molto adolescente. Una categoria talmente variegata da sopportare una sola regola, peraltro aurea: vietato catalogare.
Chi – a Varese – ha provato in modo impudente a farlo, si è preso ieri una lezione . Centinaia di adolescenti, tutti studenti dell’istituto di Casbeno che ha tre indirizzi (geometri, ragioneria e Itpa), subito dopo la fine delle lezioni sono scesi in strada, si sono presi per mano e hanno abbracciato la loro scuola, quella che come un mostro è stata sbattuta in prima pagina.
Al contempo hanno abbracciato loro stessi, finiti – tutti – nel calderone di una cronaca spiccia che poi è diventata segnalazione alle forze dell’ordine, poi interrogazione parlamentare, poi ancora via vai di giornalisti, microfoni e telecamere a grattare ogni angolo e ogni anima in cerca di notizie.
Ieri quel minuto di silenzio additato come boicottato, ma in realtà osservato eccome, solo in forma diversa, è stato ripetuto collettivamente durante la manifestazione, proprio nella forma di cui sopra: in memoria di tutte le vittime degli attentati terroristici. En plein air, davanti alla gente, come a dire al mondo: avete visto? E adesso cosa vi inventerete per criticarci?
Le sei studentesse di fede musulmana, che nella restituzione postuma della verità sono diventate in realtà studenti di nazionalità e religione diverse, ieri erano in mezzo alla catena, irriconoscibili perché dentro a una massa che – con questo gesto – li ha voluti proteggere, uniformandosi a loro, prendendoli per mano, facendoli sentire fratelli. Percorrere queste giunture di falangi è significato imparare qualcosa: un capello biondo, uno nero, un velo. Da ripetere in sequenza. Uguali, diversissimi, di certo vicini. Uniti.
Il gesto è stato deciso dai rappresentanti d’istituto nella mattinata di venerdì: ed hanno fatto il giro delle classi, raccolto adesioni, trovato la quasi totalità dei compagni pronta a scendere in strada con loro. Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti: «Non siamo la scuola divisa dipinta da alcuni media – è il messaggio che ribadiscono anche a parole – Nonostante le diversità sociali e religiose siamo capaci di stare insieme e di rispettarci. Questa vuole essere una risposta a tutte le critiche che abbiamo subìto e che hanno coinvolto ingiustamente anche la nostra preside». «Mi sono sentita attaccata ingiustamente – aggiunge, nello specifico, Laura Piazza – perché chi tocca un mio compagno tocca me. Noi siamo questi, quelli che vedete oggi».
La parola fine a un attacco illegittimo diventa un lungo serpentone di piccoli uomini e piccole donne con il coraggio di avere un’idea e di gridarla al cielo velato di novembre. Dura un attimo ma è spettacolare. Applausi.













