Varese è la città che amo ed è un’eccellenza. Se ho dato la mia disponibilità ad una candidatura, è solo per spirito di servizio».
Non pronuncia ancora la parola “sindaco”, ma , 50 anni, sembra già pronto per affrontare la grande sfida per la quale è stato chiamato, in attesa che il centrodestra oggi possa ratificare il suo nome.
Per chiederglielo, lo abbiamo intercettato nel suo “regno”, il campo di rugby “Aldo Levi” di Giubiano, tra una partita dei bambini e quella della squadra di serie B.
Per spirito di servizio. Perché penso di poter essere utile per la città che amo.
Me l’hanno già chiesto in un’altra intervista, ma diventa difficile dare giudizi su se stessi. Penso sia più giusto che parlino gli altri, come avete fatto con gli amici Bof, Caccianiga e Alfano.
l rugby è uno sport che ha tanti aspetti positivi, a livello morale e di valori, come la lealtà, la voglia di vincere, lo spirito di squadra, le amicizie che si cementano e che durano per anni. Perché il rugby non si gioca, si vive. E io ho preso molto da questo sport e da questo ambiente.
La voglia di provare sfide nuove. Come quella di giocare il campionato di serie B solo con i nostri ragazzi di Varese mentre le nostre avversarie vanno a prendere i loro atleti dappertutto. Ma le sfide più belle si vincono quando sono difficili.
Direi che parlare di una mia candidatura è ancora prematuro. Ho dato la mia disponibilità, ma ci sono ancora dei passaggi di condivisione che devono fare i partiti con la loro base.
Per gestire un’impresa bisogna fare attenzione a non mettere il profitto davanti a tutto, per non perdere il senso di quello che si fa. È un’attività che ha tanti risvolti: tenere rapporti umani, la costruzione di un team, lavorare insieme per raggiungere degli obiettivi.
Non l’ho mai fatta. Spero di poter essere una persona che può fare qualcosa di buono per la propria città, uscendo dagli schemi classici della politica. Non è il mio mondo e non voglio nemmeno che lo diventi.
Qualche chiacchierata con degli amici, ed è emersa questa idea. Forse anche perché, al di là del rugby, a livello sociale penso di aver fatto qualcosa di buono per la mia città.
Credo che una commistione tra la politica e la società civile ci debba essere, soprattutto a livello locale. Perché se le due dimensioni continuano a rimanere su due binari separati, ci sarà sempre più un disamoramento della gente nei confronti della politica. I punti di contatto devono essere molto forti: la politica ha il dovere di fare qualcosa per la società civile e dialogare con essa per trovare le soluzioni migliori.
Mi vengono in mente tutti i luoghi che ho nel cuore. Dal Sacro Monte al lago, dal centro alle castellanze. Varese è la città in cui sono nato, è la mia città da cinquant’anni, è una città dove vivo volentieri. A Varese sto bene, mi piace muovermi, in definitiva non c’è un posto che non mi piaccia, anche se ce ne sono alcuni più critici.
Dicono che sia fredda, ma per chi la vive appieno e la conosce in profondità, Varese non è così, anzi. Cambiare qualcosa? Idee ce ne sono tante, ma bisogna partire sempre dalla considerazione che Varese è già un’eccellenza, è una città che ha tanti fattori positivi.
Oggi le principali priorità credo che siano le stesse che valgono anche a livello nazionale in altre realtà. In primis innanzitutto la sicurezza, e poi la vivibilità, il fatto di rendere la città viva dal punto di vista culturale, artistico, sportivo.
Tutte cose giuste e doverose, ma sempre partendo da un dato di fatto che ritengo innegabile, ovvero che Varese è una città dove si sta bene.













