«Ti rubano le cose ma anche la vita. Questa è civiltà?»

La toccante testimonianza di una vittima di furto. «Ho perso ricordi cari ma soprattutto la libertà. Ho paura sempre, e non c’è cura che mi guarirà»

C’è qualcosa. Qualcosa che va al di là della rabbia, dell’indignazione, del malcostume. Qualcosa di cui non si parla mai, ma che in realtà resta. Oltre le polemiche. Oltre la notizia.Quando si parla di escalation di furti, di ladri presi e fuori di galera dopo tre giorni, di reati mai puniti, si dimentica troppo facilmente una cosa: i danni collaterali, e

a volte irreversibili, che l’esperienza di un furto subìto provoca.In un giorno in cui come redazione siamo stati messi alla prova con un direttore speciale, arrivato con la sua intelligenza e la sua curiosità ad allargare il nostro sguardo su tanti temi, in redazione si è materializzata anche una lettera che ci ha spalancato gli occhi e ci ha fatto riflettere. Molto.

Una lettera in forma anonima, arrivata via mail. Recita così: «Ho letto questa mattina il vostro titolone in prima pagina “Vietato arrestare i ladri”. E ho letto l’indignazione di giudici e forze dell’ordine, impotenti ad assicurare alla giustizia chi viene a depredarci nelle nostre case.Ebbene, io l’esperienza di essere derubata l’ho provata sulla mia pelle qualche mese fa. Casa svaligiata mentre io e marito ci eravamo allontanati per qualche ora. I pochi ma preziosi ricordi di una vita evaporati via, senza alcuna speranza di poterli stringere ancora una volta tra le mani. Ma c’è un danno peggiore che queste persone mi hanno fatto: mi hanno rovinato la vita. Letteralmente. Io non vivo più, o meglio vivo nel terrore. Esco di casa e penso a come la troverò quando tornerò. Passo le giornate a curare la mia nipotina con le orecchie tese al minimo rumore. Non riesco più a dormire senza tranquillanti, non chiuderei occhio, non potrei. Ecco, questo è quello che nessuno scrive ma che resta più profondamente dentro chi subisce una violazione della propria privacy. Passi il valore effettivo ed affettivo di ciò che questi balordi si portano via. È quel che resta che fa più male. E che è duro da sanare».
Parole come macigni. Che sbattono in faccia un rovescio della medaglia che nessuno, a parte chi ci passa, sa comprendere.
Sono parole come queste che dovrebbero essere lette in un’aula di tribunale, insieme a codici e codicilli. È questo il “patrimonio” più prezioso contro il quale vengono commessi certi reati.

Persone come questa lettrice sono persone che vivranno male fino alla fine dei loro giorni. Persone a cui è stata strappata via la libertà di sentirsi sicuri nella propria casa, un diritto inalienabile in qualunque paese civile.
«È come giocare ai cowboy, solo che una volta che si riacciuffano i vitelli e si mettono nel recinto ci si accorge che quest’ultimo è aperto» hanno dichiarato al nostro giornale le forze di polizia non più tardi di due giorni fa. Ecco, la riflessione arrivata alla nostra casella di posta ci spalanca lo sguardo su un problema che va ben oltre la quantificazione economica di quanto viene rubato. Va oltre le polemiche, oltre il voler puntare il dito contro qualcuno.
È una riflessione che urla dignità, che pretende giustizia. E che sfocia nella domanda più drammatica: qualcuno potrà mai davvero fare qualcosa?