Quella canzone che ci mostrava tutto. E il viaggio nell’orrore, con le sue parole

Il nostro Francesco Caielli commenta la canzone di Guccini “Auschwitz”

Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva. I concerti di Guccini finivano sempre con queste tre canzoni e noi, fino a quel momento religiosamente seduti per terra, ci alzavamo in piedi. Il Maestro di Pavana ha accompagnato la mia adolescenza, quella del “Perchè a vent’ anni è tutto ancora intero, perchè a vent’ anni è tutto chi lo sa. A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’ età”. Insieme a Mauro, amico di sempre, a cantare canzoni che parlavano dei nostri sogni e delle nostre idee finché la gola non bruciava.

Le canzoni di Guccini avevano il potere di farci piangere, altre di farci incazzare, altre ancora riuscivano a dar voce alla rabbia che avevamo dentro, altre sapevano dipingere alla perfezione la storia d’amore, il più delle volte solo idealizzata, che stavamo vivendo. Auschwitz, specie se ascoltata dal vivo, era un’altra cosa. Erano quattro minuti scarsi in cui Guccini riusciva a chiuderti in una sorta di bolla che ti isolava da tutto ciò che avevi attorno. Mentre ascoltavi quella canzone, certe cose le vedevi davvero: il fumo che saliva dai camini, il grigio della terra e del cielo, la neve, le file di uomini che strascicano i piedi. E certe cose le sentivi anche: il freddo, il disgusto, la paura, la morte.

Poi la bolla scoppiava e si tornava nella follia dei vent’anni: Dio è morto urlato come un inno, La locomotiva che racchiudeva la nostra voglia di cambiare il mondo. Una volta, credo fosse prima di un concerto a Desio, Guccini ci raccontò che lui ad Auschwitz non c’era mai stato, rifuggendo la logica del “turismo dell’orrore” splendidamente cantata in un’altra sua

canzone che in pochi conoscono e che si chiama Lager. Domani il Maestro salirà su un treno e partirà per il luogo simbolo della follia umana, accompagnando una classe di studenti di seconda media (ma si renderanno conto ’sti ragazzi della fortuna che gli è capitata? I loro genitori li avranno indottrinati tirandoli su a suon di Eskimo, Avvelenata e Cirano?).

Una notizia epocale, per noi discepoli di Guccini: che faremmo carte false per salire su quel treno, che faremmo carte false per poter vedere un altro concerto (da due anni ha detto basta). Camminare per le baracche di Auschwitz, accanto ai forni crematori di Birkenau, ascoltando la voce di Guccini che canta la sua canzone. Invidia sana, per chi ci sarà. Anche se nel mio piccolo, il mio viaggio nella memoria con il Maestro l’ho già fatto: e forte torna il ricordo, in queste ore. Con la compagnia giusta e profonda dell’amico Mario, in un giorno di febbraio in cui il campo di sterminio ci accolse con le sue coltellate di vento gelido e la pesantezza che avvolgeva quelle mura ci chiudeva le gole. Di nascosto, varcando quel cancello, mi ero messo alle orecchie le cuffie per farmi accompagnare per mano da quelle parole capaci di far venire ogni volta la pelle d’oca (vero, Mauro?). «Son morto, con altri cento. Son morto, ch’ero bambino. Passato per il camino, e adesso sono nel vento».