La macchina del tempo esiste. , presidente della neonata associazione “Varese Nascosta” è convinto che il professorne possieda il segreto. Il primo novembre scorso, infatti, sulla base di mappe e documentazioni raccolte all’Archivio storico della Diocesi di Milano e studiate dal professore, Badoglio insieme a alla guida del suo team di ricercatori e speleologi della “Geographical Research”, ha scoperto l’esistenza di un acquedotto risalente al 1500 e molto ben conservato.
«Sembrava che il professore camminasse indietro nel tempo, aveva studiato così bene le mappe da essere in grado di dire con precisione dove si trovasse la sorgente e, nel punto che mi ha indicato, ho visto un primo indizio delle tubature». L’emozione della scoperta traspare dal video girato all’interno della rete idrica da Bolognini e dalle immagini scattate all’interno: «Grazie ad alcune frane lungo la strada, abbiamo potuto trovare le entrate di questo acquedotto, che è davvero affascinante». Una scoperta eclatante, al primo sopralluogo effettuato, che è stata davvero il frutto di un lavoro di squadra e di unione di competenze diverse: «Capita raramente di riuscire a incontrare un lavoro storico a livello archivistico così puntuale mentre, di solito, si seguono gli indizi e, se si è fortunati, si trova qualcosa».
Una spedizione fortunata che, però, non era priva di insidie, come trapela dalla voce affannata di Bolognini nel filmato: «C’era un problema di aria all’interno dei cunicoli» ammette il ricercatore: «Il pericolo di gas e della lignina, il gas tossico che proviene dal legno marcio e provoca mal di testa ma poi, alla sorgente vera e propria, si sentiva un ricircolo d’aria, che è il segno dell’esistenza di un grande complesso». La sorgente, incanalata nel 1500, è ancora attiva oggi, sebbene sotto forma di rigagnolo, dopo oltre mezzo millennio. Secondo il professor Renzo Talamona non occorre andare in Olanda, per scoprire i segreti dei nostri territori, come disse Manzoni nei capitoli della monaca di Monza, «è sufficiente scavare
vicino». E la metafora dei Promessi Sposi ben si presta alla vicenda che nasce dalla storia delle monache di clausura del monastero di Santa Maria del Monte. «In questo momento sto studiando gli anni tra il 1567 e il 1597 di vita al Sacro Monte» racconta Talamona: «Ho trovato la visita di a Varese, nel 1565. Un suo delegato visita Santa Maria del Monte e descrive e osserva una bocca d’acqua che viene condotta per opera del monastero da un altro monte, probabilmente il Campo dei Fiori e San Carlo, che si ferma due giorni al Sacro Monte tiene a cuore la clausura delle monache che non devono essere “disturbate” dai fedeli che si dissetano alla fonte».
Una vita, quelle delle 50 monache non priva di difficoltà, come gli sforzi di sollevare i barili d’acqua e portarli in convento, quando non c’era l’acqua corrente. Una penuria, d’acqua, che può essere stata alla base delle ridotte possibilità di ampliamento urbanistico di un borgo che non ha mai ospitato più duecento persone. Una fortuna, vista col senno di poi, infatti, chiosa Talamona: «Si può vedere, ancora oggi, la sorgente Marella con le sue tre scaturigini, a distanza di secoli».













