VARESE «Fuori uno». I Cerchisti bossiani festeggiano il primo “scalpo”, quello del presidente del consiglio regionale Davide Boni, ma continuano a lavorare sottotraccia per la controffensiva. «Simbolo e patrimonio sono nelle mani di Umberto Bossi. Maroni non può appropriarsi della Lega». La guerriglia dei bossiani per mantenere il controllo del partito si fa forza delle proprietà e può permettersi di aspettare. Si sono seduti sulla riva del fiume per lasciar passare la bufera, sacrificando le pedine che potevano essere lasciate per strada (da Renzo Bossi, che è giovane e potrà rifarsi, a Rosi Mauro, che hanno cercato fino all’ultimo di “salvare” convincendola a dimettersi spontaneamente dalla vicepresidenza di Palazzo Madama, passando per Maurilio Canton e Monica Rizzi), e solo dopo hanno iniziato a colpire. Così Davide Boni si è dimesso dalla presidenza del consiglio regionale prima ancora che partisse la petizione contro di lui. Il prossimo obiettivo è il maroniano Gianluca Pini, Ma la caccia è appena iniziata e i bersagli grossi sono Roberto Calderoli e Bobo Maroni, per spezzare l’asse anti-Cerchio in vista del congresso federale. Ora se ne stanno arroccati sul leader e fondatore del Carroccio, per rispondere all’avanzata dei Barbari sognanti, sapendo di poter contare sulle proprietà chiave. Sì, perché Umberto Bossi è il detentore del simbolo dello “spadone”, insieme a Lady Manuela Marrone e al fedelissimo Giuseppe Leoni, perlomeno al netto delle voci, mai dimostrate, sulla fantomatica cessione
del simbolo a Silvio Berlusconi. Non solo, nelle sue mani ci sono anche le chiavi della cassaforte del partito, attraverso la proprietà delle due holding leghiste Pontidafin e Fingroup, che possiedono, rispettivamente, immobili e terreni (tra cui la sede di via Bellerio e il prato di Pontida), e la società editrice di Telepadania. Saldamente sotto controllo “cerchista” anche la società editoriale del quotidiano La Padania. Insomma, il patrimonio della Lega Nord è nelle mani di Umberto Bossi, pertanto per appropriarsi del partito bisogna passare per il via libera del Senatur. È questo l’aspetto che rafforza il Cerchio magico, che ancora mantiene ben saldo il rapporto privilegiato con il fondatore e con la sua famiglia, tanto da pensare di cooptare l’altro figlio di Bossi, Roberto. Una consapevolezza di detenere la “golden share” tale che l’ala più dura tra i bossiani, all’apice della tensione interna al partito, sarebbe addirittura arrivata a suggerire al Senatur la cacciata di Roberto Maroni dalla Lega. Nel mirino dei maroniani intanto rimane ancora Giangiacomo Longoni, che dopo essere stato accusato di aver partecipato alla gazzarra anti-Maroni in via Bellerio il giorno delle dimissioni di Umberto Bossi, è stato additato di essere il suggeritore sottobanco di un attacco all’istituto di statistica regionale Eupolis, presieduto dal professor Stefano Bruno Galli, amico di Bobo Maroni e in procinto di varare insieme a lui una fondazione. Ma la guerra è appena iniziata. Andrea Aliverti
s.bartolini
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