Noi, voi, squadra e Gautieri gioiamo assieme per il Varese?

Pazzo Varese amalo. Dove non erano riusciti Liedholm e Maran, è arrivato Gautieri. Una bestemmia? Forse, ma intanto è un capitolo di storia: sia il Grande Varese del Barone che quello dei primati in trasferta allenato dal generale trentino (10 vittorie fuori, record di sempre) erano caduti sullo Stretto. Il contestatissimo allenatore napoletano, no: ha violato il tabù Reggio Calabria, che resisteva dall’inizio dei tempi. E l’ha fatto al culmine della nostra Italia-Germania 4-3.

L’ha fatto contro tutti e tutto: contro le assenze (Pavoletti, Trevisan, Blasi), contro gli infortuni (Zecchin, Rea), contro i tifosi che però hanno fatto da stimolo, collante, benzina e motivazione del gruppo anche quando hanno contestato il tecnico ieri nel primo tempo, stando in silenzio sul 3-2 prima dell’apoteosi (chi va sui campi in tutt’Italia, ha sempre ragione).

Gautieri ha vinto contro chi aveva già bandito la tavola – agendo nell’ombra – per un ritorno di Sottili e invece il Varese dev’essere acqua di fonte e trasparenza assoluta proprio per non ricadere negli errori già commessi (perché fare male a Gautieri solo perché è stato fatto del male a Sottili?).

Ha vinto contro le apparenze e i luoghi comuni. Le apparenze: giocare solo per fare un gol più dell’avversario, per puro divertimento e per il piacere del gruppo, non porta da nessuna parte. I luoghi comuni: devi per forza alzare la voce, come ha fatto il tecnico reggino Gagliardi alla vigilia, per vincere le guerre («Oggi ci giochiamo le mutande»).

Gautieri ha vinto prima sfidando il cielo (Bjelanovic titolare e non Neto o Forte; Laverone titolare e non Fiamozzi) e poi anche la terra : dentro Calil e fuori Damonte; dentro Tremolada e fuori Zecco. Ma ha vinto, anzi stravinto contro una mole mastodontica di contestazioni interne e nemici esterni (da 0-2 a 4-3 sul campo di una squadra che rappresenta un popolo, un’istituzione, un padre padrone che “non può” retrocedere) perché da settimane ci dimentichiamo tutti – noi, ultimamente, forse un po’ meno – la cosa più ovvia, semplice e bella del mondo. Lo sport è fatto prima di tutto da chi lo pratica. È fatto dall’unione di uno spogliatoio. Che era, è e sarà dalla parte di Gautieri (a differenza di Frates nel basket): basta assistere a un allenamento. E più provano, da vicino o da lontano, a staccare questo allenatore dai giocatori, più gleli avvicinano. Perché, tranne rari casi, con lui si divertono. E non perché al campo se la spassano (e poi, dov’è il problema se ti alleni ancora come all’oratorio, dammi-la-palla-e-proviamo-a-far-gol, con un mister che è il prete bonario d’una volta?) ma perché, dopo Maran, non lo hanno mai fatto abbastanza.

Non interessa elogiare o criticare il tecnico Gautieri ma riconoscere l’onore all’uomo Gautieri: se i giocatori che ha allenato e allena dicono che è persona perbene, e poi ci scappa un abbraccio, perché credere a chi dice che non lo sia? Perché fare vincere il pregiudizio e non ballare e brindare assieme, noi-voi-la curva-e-Gautieri, alla vittoria più bella che ci sia?

Andrea Confalonieri

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