Dean Catic ucciso senza perché Bacchetta fa appello, Merani no

Dean Catic ucciso senza perché Bacchetta fa appello, Merani no

VARESE Dean Catic ucciso il 21 aprile 2009 senza un motivo vero: anzi, se vi è un perché, ha scritto il giudice Giuseppe Fazio nella sentenza di oltre cento pagine depositata nei giorni scorsi, questo va ricercato nella mente malata e devastata dall’abuso di stupefacenti di Jacopo Merani. Colpevole a pieno titolo di omicidio volontario, ma pur sempre parzialmente incapace, ragione per cui, sulla base della

perizia psichiatrica, gli è stato riconosciuto in toto lo sconto di pena di un terzo: tenendo conto anche della continuazione con gli altri reati (cessione di droga a minore e calunnia) e dell’ulteriore sconto per il rito abbreviato, si arriva ai 20 anni, 2 mesi, 30mila euro di multa e 40mila euro di ammenda. Una sentenza che, annuncia il suo legale Alberto Zanzi, non verrà appellata.

Identico dispositivo per Andrea Bacchetta, il cui pieno concorso materiale nella commissione dell’omicidio è riconosciuto dal giudice. Ma nel suo caso si arriva ai 20 anni e 2 mesi solo in virtù dello sconto di pena per il rito abbreviato. A differenza di Merani, il legale di Bacchetta, Fabio Margarini (e la collega milanese Anna Lago), annuncia di volere ricorrere in appello contro una sentenza che evidentemente scontenta l’imputato, che si è sempre professato estraneo a quanto accaduto, semplice spettatore passivo, inebetito e paralizzato dall’orrore che gli precipitava addosso. L’omicidio, scrive dunque il giudice è «cagionato dal complesso quadro di tipo psicotico molto grave di cui Merani era affetto al momento del fatto». Non vi è, aggiunge, «un movente evidente. È quindi necessario utilizzare categorie interpretative di natura psicopatologica. L’eventuale ideazione omicidiaria non poteva declinarsi che nell’ambito di una destrutturazione cognitiva, emotiva e comportamentale, risultante dalla mescolanza tra la grave patologia di base e l’abuso di sostanze».

Insomma «non vi è evidenza di una condotta organizzata, piuttosto di uno stato d’animo di patologico sentimento di rancore nei confronti della vittima», verso la quale sono scattati anche «bisogni di tipo affermativo predisponenti al reato». Dalla ricostruzione effettuata dal giudice, la scintilla che avrebbe fatto scatenare la furia omicida sarebbe un insulto, un «figlio di p…» che Catic ha proferito all’indirizzo di Merani, lui che ha patito in infanzia l’allontanamento da parte del padre. Esclusa l’aggravante della premeditazione invocata dal pm Agostino Abate (nonostante un sms da parte del conoscente di entrambi Giuseppe Maggio provi che questi era stato messo al corrente di quanto stava accadendo, tant’è che li invitava a non spingersi oltre), e qualsiasi altra aggravante (come la crudeltà, a dispetto delle ben 80 coltellate inflitte al povero diciassettenne), il giudice

analizza la posizione di Andrea Bacchetta, a carico del quale individua tre elementi che comproverebbero il suo concorso materiale nella commissione del fatto: la testimonianza di una vicina di casa di Merani, che ha udito distintamente tre o quattro persone litigare nel giardino della sua abitazione, e una voce: «Vieni via di lì, e metti via il coltello», e poi invocazioni di aiuto. L’atro elemento è il cappellino di Bacchetta trovato in via Majano sporco di sangue: vuole dire che vi è stato contatto fisico tra i due. E infine, sempre Bacchetta, come si evince dalle macchie di sangue trovate nella stessa via, avrebbe impedito al fuga di Dean mentre Merani lo accoltellava: ed è qui che avrebbe inferto la maggior parte di quegli 80 fendenti che gli hanno martoriato il corpo, senza però finirlo.

Franco Tonghini

e.marletta

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