«Sono stato truffato online tempo fa e ho rischiato di esserlo nuovamente lunedì. La compravendita di prodotti online è una giungla incontrollata».
Questo è il racconto di, un fotografo varesino che sperava di acquistare una macchina fotografica su un noto sito di offerte e annunci ma che, al momento di effettuare la transazione per il pagamento, si è fermato, come se gli fosse suonato un campanello d’allarme. E s’è evitato una fregatura.
«La macchina fotografica era messa in vendita da un noto fotografo di Milano, nell’annuncio c’erano anche il nome e l’indirizzo del negozio del fotografo e il sito internet – racconta – Così, ho contattato quello che io pensavo essere il collega per chiedere informazioni sulla macchina».
Antonio riceve immediatamente una mail di risposta che lo invita a decidere infetta: «Sono in molti ad essere interessati all’acquisto della macchina fotografica».Il fotografo varesino conferma il suo intesse e nella mail di risposta precisa: «Sono interessato, ma le chiedo se è possibile venire a ritirare l’articolo direttamente nel suo studio dove, dopo visione, salderei il conto».
Il venditore, e presunto collega, trova però mille scuse e insiste per una spedizione tramite corriere espresso, spiegando che appoggiando si a questa compagnia l’acquirente «ha la possibilità di testare il bene ricevuto prima di autorizzare il pagamento».
«Se per caso il bene ricevuto dovesse avere difetti, essere stato dannegiato nel viaggio o non corrispondere all’ordine effettuato, può rifiutare l’acquisto senza alcun costo».
Sereno accetta e il venditore gli invia la ricevuta di spedizione del prodotto e il codice di tracciabilità assegnato al pacco spedito.
Ma Antonio nota una formalità spiccata, tipica della presentazione di un servizio fornito e decide di contattare la compagnia di consegne per verificare. «La compagnia in questione mi ha detto che non utilizza questa modalità di transazione e che non risultava alcuna spedizione a mio nome».
L’altro dubbio che rimaneva da chiarire era l’identità del venditore. La posta elettronica utilizzata dal presunto collega era gmail mentre, verificando meglio sul sito del fotografo milanese, il vero “collega” utilizzava come indirizzo mail tin.it. «Così, ho chiamato in negozio e il fotografo mi ha detto che ero già la sesta persona che lo chiamava per lo stesso motivo, gli altri avevano già versato i 1.600 euro richiesti per l’acquisto della macchina, e che qualcuno aveva utilizzato le sue credenziali a sua insaputa».
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