– Le commissioni consiliari diventano terreno di scontro all’interno del Pd. Che sui banchi di Palazzo Estense stia nascendo una minoranza interna è ancora da vedere. Ma sicuramente i sintomi ci sono. Questa la lettura che arriva dalla decisione dei tre consiglieri comunali , e , i quali hanno comunicato al capogruppo che non intendono ricoprire ruoli nelle commissioni consiliari. L’ennesima “tegola” sulla giunta Galimberti, dopo che per la votazione del presidente del consiglio comunale Oprandi e Mirabelli non si erano allineati alle indicazioni di partito. Mentre Infortuna aveva criticato, successivamente, la formazione delle commissioni. «Ho preso atto della decisione che mi è stata comunicata – dichiara Conte – dal momento che la motivazione che mi è stata riportata consiste nel lasciare spazio a chi è alla prima esperienza, non posso che condividerla».Conte getta quindi acqua sul fuoco. E in effetti che sia la nascita di una possibile fronda interna è vero solo a metà. Nel senso che la posizione di Infortuna si distingue da quella dei due colleghi. «Subito ho fatto presente che il numero delle commissioni era minore rispetto al numero di eletti presenti nel Pd, ovvero 11 commissioni rispetto a 13 eletti. A quel punto, dal momento che c’è in consiglio un gruppo giovane (non solo dal punto di vista anagrafico) e fresco, era giusto valorizzare queste nuove forze. E proprio perché sono al primo mandato, è giusto dare loro modo di avere uno spazio di crescita». Molto diversa la posizione di Luisa Oprandi. «Ho espresso a titolo personale la mia scelta di lasciare ad altri
lo spazio – dichiara – la volta scorsa ho ricoperto due ruoli in due commissioni diverse. E già in Provincia avevo avuto identici incarichi. Nel momento in cui è stato evidente che non ci fosse spazio per tutti nelle commissioni, e due consiglieri avrebbero dovuto rinunciarvi, ho deciso di lasciare spazio ad altri. Questo è un atteggiamento che mi caratterizza». Ma non c’è solo questo. Perché la consigliera comunale si toglie qualche sassolino. «Ho una difficoltà umana a comprendere alcune posizioni che si sono verificate nei miei confronti, e per quello che ho visto nei confronti del collega Mirabelli. Innanzitutto sono rimasta sgomenta, in campagna elettorale, prima del primo turno, quando venni contattata, insieme a tutti i consiglieri uscenti, e mi fu chiesto di sottoscrivere un documento dove mi impegnavo a dimettermi nel caso in cui avessi ricevuto un numero non inferiore a 30 voti disgiunti». Ovvero 30 voti dove un candidato consigliere riceve la preferenza, ma come candidato sindaco viene indicato un altro rispetto a quello sostenuto dal candidato consigliere. «Assurdo, perché nessuno controlla i voti – dice – quello che possiamo fare è chiedere il voto ai cittadini, ma non certo verificare e controllare cosa votino. Ho visto questa richiesta come un’autoesclusione a priori, e quindi mi sono rifiutata di firmare. Non so da chi sia arrivata questa richiesta, ma io da candidata sindaco non mi sarei mai permessa di chiedere questo. Vuol dire mettere in dubbio l’onestà intellettuale della persona. Quindi, lascio volentieri che nelle commissioni vadano persone di cui il Pd si possa fidare maggiormente».













