«Conta il merito, non il genere»

L’intervista - Graziella Roncati Pomi, commerciante varesina, racconta la sua storia, fatta di scelte di cuore

è considerata la regina del commercio varesino ed in effetti ha sempre avuto fiuto negli affari: da quando nel 1992 ha aperto a Varese il primo negozio monomarca Swarovski del mondo, fino all’anno scorso quando ha avuto lo stesso colpo di fulmine per un altro marchio emergente, L4K3. Vice presidente e tra i fondatori di Aime, è anche membro della giunta e del consiglio della Camera di Commercio e da qualche settimana anche vice presidente di PromoVarese, società speciale della Camera di Commercio.

Sono più che altro una persona che si dà da fare e ha il commercio nel Dna. Ho ereditato questa passione da mia mamma che a Varese aprì, sempre in corso Matteotti, il primo negozio di casalinghi di un certo livello in città. Si chiamava A.r.c.a. (Articoli, Regali, Casalinghi e Affini) e ha portato a Varese le prime porcellane Limoges, i primi cristalli di Boemia. Ancora oggi qualcuno mi dice che ha a casa le belle tazzine che aveva preso da mia mamma. Aveva un gusto eccezionale ed era una donna emancipata per il tempo. Cresciuta in Francia, in un ambiente più aperto rispetto a Varese, aveva un approccio diverso alla vita e agli eventi. Credo di aver ereditato anche questo da lei.

Non credo. Il doppio cognome è sempre un’eredità di mia madre e delle sue scelte libertine. Si separò da mio padre quando io avevo tre anni, perché aveva conosciuto un altro uomo di cui si era veramente innamorata. Per quell’epoca separarsi era una cosa eccezionale e dura per una donna, ma ha seguito il cuore. Quando poi è arrivato il divorzio si

è risposata con quest’uomo che mi ha adottata. Quindi Roncati è mio padre biologico, Pomi è il secondo marito di mia mamma, quello che considero il mio vero papà perché mi ha allevata, l’uomo che ho sempre avuto accanto e che mi ha insegnato i principi della serietà, della moralità e della correttezza. Lui tra l’altro era un vero varesino doc.

La mia famiglia è originaria di Cuasso al Monte ma io sono nata a Curdomo, un paesino in provincia di Bergamo che adesso non esiste neanche più. Quando avevo dieci giorni mia mamma è voluta tornare a Varese da mia nonna e ho vissuto prima in piazza XX Settembre, poi in via Nino Bixio e infine in corso Matteotti.

Sempre peggio, direi. Una volta c’erano più relazioni umane. Io sono una che usa le tecnologie, nonostante i miei anni mi sono adeguata, ma quando passeggio con il mio cane per il centro (La Piccola Flo che tutti avranno incontrato almeno una volta seduta all’ingresso nel negozio di cristalli o mentre rincorre la sua pallina per corso Matteotti) vedo i ragazzi seduti per esempio in piazza San Vittore intenti a guardare il telefonino e non si parlano tra di loro.

Anche quello è cambiato molto. Faccio il mio esempio. Nel 1985 ho conosciuto l’azienda Swarovski durante una fiera. Allora faceva solo gli animaletti. Li presi da mettere nel negozio della mamma e fu un successo. Piacquero subito, tant’è che nel 1992, cresciuta anche l’azienda, decisi di aprire un monomarca, il primo al mondo di Swarovski . Mia madre me lo sconsigliò, diceva che vendendo piatti e bicchieri avrei vissuto sempre, “con quelle bestioline non so”. Seguii il mio istinto e i varesini all’epoca accolsero con entusiasmo la novità. Ho rifatto lo stesso l’anno scorso con un’altra azienda che mi ha colpito molto per la qualità dei prodotti che produce e il gusto delle collezioni. Ho aperto in via Donizetti ma per il primo periodo è stata dura. Adesso sono soddisfatta perché chi ha acquistato una prima volta sta tornando e sta apprezzando il prodotto, ma non è più facile come una volta.

Preferisco i varesini. Como è una città bellissima, ma i comaschi sono molto più chiusi, più proiettati su loro stessi, corporativisti. Non si riescono ad avere rapporti costruttivi, ma ci sto lavorando. Stiamo pensando di fare Aime anche a Como.

Sono una donna normale. Ho avuto i miei alti e bassi nella vita e se non avessi perso mio marito così presto forse sarebbe andata diversamente. Abbiamo gestito insieme il negozio di corso Matteotti fino al 2004, poi sono andata avanti da sola. Il fatto di essere donna non ha mai influito nelle mie scelte, ho sempre fatto quello che mi andava di fare. Non è mai stato un handicap come neanche un privilegio e non mi piace sentir parlare di “quote rosa”: quello che vale è il merito delle persone, non il genere.