Il peggio di sé l’Italia non lo mostra sul campo ma fuori. Portando in trionfo il poco o nulla che ha e poi dandogli addosso. Leccando e pugnalando, salendo e scendendo dal carro, dicendo tutto e il contrario di tutto in sei giorni. Tirando i fiori e poi passando alle bombe. Cavalcando l’onda di una normalissima vittoria sull’Inghilterra fino a toccare il cielo con un dito e poi affondando con i cannoni la barchetta di carta azzurra in mezzo al mare. Antichi vizi, nessuna virtù: se perdiamo, Prandelli è un pirla; se vinciamo, siamo grandi. Leggere i giornali italiani o ascoltare commentatori da strapazzo è stato penoso: non ce
n’è uno che abbia chiesto scusa a lettori e telespettatori per non avere azzeccato un tubo prima della partita con la Costa Rica, visto che sono pagati per avere il senno del prima e non del poi. Non hanno mosso un’unghia per sottolineare i rischi che avremmo corso. Hanno trattato come sbobba una squadra che correva il triplo di noi, più squadra di noi, più affamata di noi. Hanno celebrato Balotelli come un Dio, hanno cantato vittoria prima del via (salvo passare al De Profundis), hanno gonfiato e ingrassato l’Italia come una rana fino a farla scoppiare. E adesso sputano sulla croce azzurra che loro stessi dovrebbero portare.
Sono tutti orgogliosi delle loro nazionali, tutto il mondo. L’Inghilterra fa figure di palta da un secolo ma guai a chi la tocca. Qui sparavano su Bearzot nell’82 e su Lippi nel 2006, salvo fiondarsi in piazza. Il problema siamo noi, non la squadra. Quindi, alla facciazza loro e forse vostra: forza Prandelli, forza Buffon, forza Darmian.
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