Fugge dall’auto del maritoe si impicca nel cantiere

BUSTO ARSIZIO Un dramma nel dramma. Una paura durata almeno 13 anni che ieri si è chiusa col peggiore dei finali: il suicidio di una donna di 46 anni residente a Oggiona Santo Stefano. Una morte d’impulso, cercata con forza: la vittima, che intorno alle 8.30 si trovava in auto con il marito, dopo aver rimuginato su anni di sofferenza

psicologica, dopo essersi accusata anche delle pene sofferte dal compagno e dai figli, è scappata lungo viale Borri. Ha imboccato via Catullo, ha scavalcato la recinzione di un cantiere ancora chiuso e si è impiccata alle travi del ponteggio con la cintura dell’impermeabile. Il marito disperato l’ha inseguita dopo aver avvertito 118 e carabinieri: non è riuscito a fermarla.

La quarantaseienne, madre di tre figli, sposata ad un uomo innamorato che da almeno 13 anni l’assiste sostenendola, laureata in lingue con 110 e lode, ieri mattina è salita in auto con il compagno e 2 dei tre figli: rispettivamente di 16 e 14 anni frequentano le scuole il primo a Gallarate, il secondo a Borsano. All’apparenza una famiglia normale: marito e moglie accompagnano i figli a scuola. Ma dietro la facciata c’è la paura per lei, moglie e madre, instabile al punto da aver già tentato il suicidio un mese prima venendo poi salvata dai medici di Legnano. E ancora tornando al 1995: il marito venne accusato di tentato omicidio a carco della consorte. Fu scagionato completamente dopo 4 giorni di carcere: l’arresto avvenuto a Somma non fu mai convalidato. L’uomo era innocente: la moglie si era inferta due coltellate all’addome. Le ferite superficiali furono oggetto di una perizia che confermò l’ipotesi dell’autolesionismo mentre il marito, dal carcere, ripeteva di amare la moglie. E lei crollò: quelle coltellate se le era inferte da sola, vinta da un mal di vivere insopportabile. Tredici anni di timori per l’incolumità della vittima che non poteva essere lasciata sola a lungo e ieri mattina l’epilogo. Quel recriminare sulle difficoltà, sul dolore, persino sulla vergogna dovuta alla pubblicità nel 1995, quella voglia di fuggire facendola finita. Il marito l’ha vista camminare sul primo piano del ponteggio che circonda la casa in ristrutturazione. Ha chiamato tutti e tutti sono arrivati in 30 secondi: tanto è bastato alla donna per impiccarsi. Probabilmente si è lasciata cadere dal secondo piano del ponteggio dopo aver legato la cintura ai tubi in acciaio.

La parola fine alla vicenda la metterà l’autopsia che determinerà l’orario della morte. Uno scrupolo: se dovesse risultare risalente alla notte l’inchiesta proseguirà. Il pm acquisirà anche le registrazioni delle telefonate del marito al 118. Quindi tutto si chiuderà. Mentre chi risiede in zona e ha notato il trambusto commenta: «Non è possibile andare avanti così. Dobbiamo fermarci e riflettere: perché questi episodi si moltiplicano? Dove stiamo andando con così tanta negatività intorno?».
S. Ca

m.lualdi

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