«Sono contento per il mio lavoro ma soprattutto per il giornalismo d’inchiesta che il mio lavoro rappresenta», commenta Lirio Abbate (foto), coraggioso giornalista palermitano dell’Espresso che da tempo denuncia la presenza di una piovra tutta romana. Una delle inchieste di Abbate ha gettato luce sugli affari illeciti – dove avviene il connubio tra criminalità e politica – dei cosiddetti nuovi «re di Roma», gli eredi della banda della Magliana, la sanguinaria organizzazione criminale attiva negli anni Settanta, in realtà mai del tutto sciolta. «Quando raccogli notizie dalla strada e non dai corridoi dei Palazzi di Giustizia i risultati arrivano inevitabilmente. Le mie fonti provenivano anche da ambienti criminali. Ma non solo, perché in questa storia tutti sapevano ma nessuno denunciava».
Molti si sono chiesti perché in questa vicenda si è adoperata la parola mafia. Una prima assoluta per Roma.
«Tempo fa una Procura ha contestato a un gruppo di rumeni che esercitavano attività di usura il 416 bis. Non ci vedo nulla di strano quando un’inchiesta riguarda un capo che ha degli affiliati, con un controllo capillare sul territorio, che fa delle estorsioni, che fa politica e soprattutto ha esponenti politici a disposizione, e quindi dirotta voti, fa nominare consulenti della pubblica amministrazione. È un’organizzazione criminale di stampo mafioso, che altro dovrebbe essere? Non è solo associazione per delinquere. Qui è molto diverso».
Si è parlato di una vera e propria cupola mafiosa…
«In quest’inchiesta si è messo in pratica il metodo mafioso riconosciuto dalla Cassazione. Certo, a Roma hanno paura che tutto questo passi definitivamente. Parlare di una cupola che riesce a determinare la sicurezza sul territorio è una cosa molto singolare».
Che differenza c’è tra l’attuale organizzazione criminale scoperchiata dal lavoro degli inquirenti e la vecchia banda della Magliana, che spadroneggiò nella Roma degli anni ’70 e 80 e che ha dato vita anche a una certa letteratura, come «Romanzo criminale»?
«La banda della Magliana, con le sue “batterie”, i suoi testaccini, i suoi gruppi di fuoco, era un’organizzazione di gangster ferocissimi che faceva fiumi di soldi, e spargeva sangue. In questo caso il livello è molto più raffinato e paradossalmente meno feroce. Si sono evitati gli errori del passato, quelli che avevano portato alla morte o all’arresto di tutti i principali protagonisti, perfezionando i metodi».
Ad esempio?
«Ad esempio niente sangue. E se non spargi sangue, non uccidi, la gente si dimentica di avere in casa la mafia. È anche più difficile attirare l’attenzione della polizia, farsi cadere addosso inchieste che possono pregiudicare e smantellare la rete di affari. Quando nel 2012 a Roma è arrivato alla Procura di Roma un mastino antimafia come Pignatone si è addirittura convocata una riunione di emergenza e si è detto: prima di tutto niente sangue nella cerchia del raccordo anulare. Non dobbiamo dare occasioni per nuove indagini».
Perché dici che la scoperta di una cupola mafiosa nella Capitale fa paura?
«Perché la musica cambia. Perché se si scopre che c’è la mafia il Consiglio comunale può essere sciolto e commissariato dal prefetto come un qualunque paesino infiltrato dalla mafia della Calabria, della Sicilia o della Campania. Dal punto di vista giuridico se si scopre che a Roma c’è la mafia tutte le indagini cambiano passo, tutto diventa più veloce, gli investigatori e gli inquirenti possono alzare il livello degli strumenti di indagine, le inchieste si possono collegare tra loro e procedere più velocemente delle semplici inchieste per corruzione.
E in futuro potrebbero essere guai grossi per chi fa affari illeciti nella Capitale».













