Roma, 7 feb. (Apcom) – I magistrati di Salerno e Reggio Calabria
che hanno dato vita a “uno scontro tra procure che non ha
precedenti” hanno arrecato un “inusitato vulnus” alla sistema
giurisdizionale italiano, perdendo i requisiti di “imparzialità
ed equilibrio” propri di un magistrato. Per questo la sezione
disciplinare del Csm il 19 gennaio ha disposto la sospensione
dalle funzioni e dallo stipendio di Luigi Apicella, procuratore
capo di Salerno, e il trasferimento ad altra sede e ad altre
funzioni dei suoi sostituti, Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi,
e contemporaneamente ha stabilito il trasferimento del
procuratore generale di Catanzaro Enzo Iannelli e del sostituto
Alfredo Garbati.
Leggendo le 61 pagine delle motivazioni di quella sentenza si
evince infatti che i cinque magistrati hanno inferto “un
inusitato vulnus” al sistema giudiziario, una ferita “mai
verificatasi prima nella storia repubblicana della “funzione
giurisdizionale, fondamentale nel nostro Stato democratico e di
pari dignità, secondo la nostra Costituzione, rispetto alle altre
funzioni, legislativa ed esecutiva”. In più, “nessuno degli
incolpati nel corso delle diverse udienze camerali – si legge
ancora nella sentenza – ha dimostrato di essersi minimamente reso
conto dell’eccezionale gravità del proprio comportamento
deontologico, che violando fondamentali regole procedurali, ha
determinato il concreto di una vera e propria implosione della
giurisdizione”.
Discorso a parte merita “il comportamento processuale dei magistrati di Salerno”, che hanno abbandonato l’Aula dopo aver letto una dichiarazione. QUesto, secondo il Csm, “dimostra che essi hanno inteso difendersi ‘dal processo’ e non ‘nel processo’. L’essenza stessa della giurisidizione, invece, fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte di chi ne rappresenta il centro e il cuore, ovvero il magistrato. Non vi è giurisdizione credibile se non vi è
rispetto delle regole da parte dei suoi protagonisti e senza una giurisdizione credibile – scrivono ancora i consiglieri – si pone in crisi una delle funzioni fondamentali di uno Stato democratico e si scivola verso uno Stato di polizia, che è la negazione del moderno Stato di diritto ed è di ostacolo alla realizzazione di quel principio fondamentale della nostra Costituzione, secondo cui la legge è uguale per tutti”.
Per quanto riguarda la ricostruzione dei fatti e delle
responsabilità, il disciplinare del Csm equidistribuisce le
‘colpe’. I magistrati di Salerno, secondo quanto si legge nella
sentenza, hanno “abdicato” al loro ruolo “imparziale e super
partes”, essenza stessa dell’essere magistrato, e si sono
allineati alle tesi del pm Luigi De Magistris, riproducendo nelle
motivazioni del sequestro del fascicolo Why not, in maniera
“pedissequa e senza alcun vaglio critico, il contenuto delle più
di 60 dichiarazioni” rese loro dall’ex magistrato di Catanzaro.
Ciò ha portato alla stesura di un provvedimento di sequestro ai
danni dei colleghi di Catanzaro definito “abnorme”. Non solo:
secondo i consiglieri del Csm, la condotta dei magistrati
salernitani e il loro atto ha “fortemente delegittimato
tantissimi soggetti anche istituzionali, coinvolti a sproposito”
nel provvedimento di sequestro del fascicolo Why not, per di più
“senza che fossero indagati”.
Come conseguenza, ciò ha portato a una lesione del loro “diritto
al rispetto della vita privata e familiare”. Il tutto a causa
della “prevedibile pubblicazione su Internet” del provvedimento
“abnorme”. Infine, i magistrati di Salerno “hanno insinuato dubbi
di correttezza, senza la benchè minima prova”, persino sulle “più
alte cariche dello Stato”, inserendo dell’atto di sequestro
dell’inchiesta Why Not “notizie allarmistiche e impertinenti” su
“personaggi estranei” al loro procedimento penale, “senza che ciò
avesse alcuna attinenza” con le finalità proprie del sequestro.
Npon solo: i magistrati salernitani “si sono spinti fino a
coinvolgere gratuitamente in critiche sconsiderate” persino il
presidente della Repubblica.
La posizione dei colleghi di Catanzaro, seppur non meno grave,
appare nella sentenza, più sfumata. Loro sarebbe stata infatti la
responsabilitò, in un primo momento dei rapporti, di non aver
fornito la “necessaria” collaborazione ai colleghi. Poi, con il
provvedimento passato in cronaca con il nome di
‘controsequestro’, avrebbero commesso quello che nello sport
sarebbe un ‘fallo di reazione’, hanno cioè reagito in maniera
“indebita” con un atto che esulava dalle loro competenze a danno
dei colleghi di Salerno.
Gic
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