– Diceva una celebre battuta di Mafalda: “Noi donne facciamo tuuuutto quello che fanno gli uomini. E in più lo facciamo sui tacchi alti”. , giornalista varesino conduttore del celebre talk show La Gabbia in onda su La7, ieri dalle colonne del nostro giornale, citando l’infausta uscita di Bertolaso su una che, in quanto incinta, non avrebbe potuto essere sindaco di Roma, ha suggerito ai candidati varesini in corsa per le amministrative di «ascoltare le donne, per cambiare Varese. Donne vere. Le mamme, le figlie, le donne».
Bastano quattro parole
L’invito lo abbiamo raccolto anche noi. Quattro donne varesine, la presidente dell’Ordine degli ingegneri , , presidente della Camera Penale cittadina, , storica commerciante varesina e , anima del premio Chiara, alle quali chiedere cosa vorrebbero cambiare o vedere realizzato nella loro città.
Una sintesi? Bastano quattro parole: «cultura, sicurezza, servizi e verità». Quattro parole che racchiudono la città ideale per chiunque. Una Varese viva e vivibile, sicura, dove si possano trovare posteggi e mezzi pubblici, guidata da amministratori «che ai cittadini vogliano dire la verità. Non serve, quanto meno non subito, inventarsi qualcosa di nuovo a tutti i costi – dice Lazzati – Basta consolidare e curare quello
che c’è già. Faccio un esempio: molto spesso, quasi sempre, un nuovo sindaco, ma anche qualche assessore, come primo atto dopo l’elezione fa reimbiancare il proprio ufficio. Prima era bianco, lui lo trasforma in giallino. Come a dire: ciò che è venuto prima non conta niente. Non è così: si guardi a che punto è arrivata la città e da lì si prosegua per migliorarla».
Parliamo di cultura? «Non una cultura snob – spiega Besozzi – ma una davvero fruibile, che possa coinvolgere il maggior numero di cittadini possibile. Cultura che riporti i varesini a vivere la loro città. Come si recuperano le zone degradate? Come si elimina il problema della microcriminalità? Portando i varesini a riprendersi quegli spazi. Ma se vuoi che la gente esca, devi dargli un motivo per farlo». Besozzi compila un elenco lunghissimo dei tesori che Varese possiede. Noti e meno noti. Villa Panza, il Sacro Monte, il colle di Sant’Albino. «Vanno resi fruibili, vanno promossi – spiega – Molti varesini non conoscono la storia di luoghi stupendi della loro città. Come possiamo pensare che la conosca chi a Varese non vive? Diamo uno stimolo, un rilancio perché questa è una città splendida».
Piazza Repubblica? «Perché metterci una biblioteca, che è un luogo non più contemporaneo ed è un luogo dove il cittadino entra, resta pochi minuti e poi se ne va – prosegue Besozzi – Vuoi riprenderti piazza Repubblica? La via è urbanistica, ma mettici un mercato coperto. Mettici luoghi che i varesini possano frequentare sempre». Infine cultura per gli amministratori: «Una conoscenza che eviterebbe scelte discutibili come eliminare un mercato coperto che è su tutti i libri di ingegneria». Cultura per essere liberi.
«La voglio pulita e bella»
«Ma anche più luce – spiega Rosa – Io parlo da commerciante. La zona di San Vittore, di sera, è più che buia. C’è da avere paura ad uscire dal negozio da sole se si è donne». Yvonne Rosa poi dice una cosa che dà pienamente ragione a Paragone: «La mia città è come la mia casa. Io la mia casa la voglio pulita, non con l’immondizia abbandonata, la voglio bella, e molto si potrebbe fare per corso Matteotti, la voglio accessibile. Pochi giorni fa mentre posteggiavo, mi sono fermata per aiutare un disabile in via Crispi. Era in carrozzina. Bloccato, perché una delle ruote si era incastrata in una crepa sul marciapiede così profonda da bloccarla».
Infine i servizi. «Dico l’ovvio? Un parcheggio nella zona del tribunale – parla Esposito – Non lo dico per interesse personale, penso ai cittadini, agli avvocati, a tutti gli utenti che arrivano da fuori. Quello di Varese è il solo tribunale in Italia a non avere alcuna possibilità di parcheggio nella zona. E poi i mezzi pubblici. Sempre nella stessa zona sono pochissimi i passaggi dei bus. Varese è un capoluogo di provincia, ha quest’aria mitteleuropea, chi lavora dovrebbe poter aver la possibilità di un’alternativa all’auto. Mezzi pubblici diffusi in modo più capillare risolverebbero molti problemi».n













