Roma, 7 feb. (Apcom) – Lo scontro istituzionale senza precedenti
tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sul caso Englaro
si consuma, formalmente, su una diversa visione di cosa è
“necessario e urgente”. Per il premier lo era il varo di un
decreto che bloccasse la sospensione dell’alimentazione ad
Eluana, per il capo dello Stato un provvedimento del genere non
avrebbe superato le “obiezioni di incostituzionalità” e quindi
non avrebbe potuto avere la sua firma.
Ma per Berlusconi il braccio di ferro, arrivato ieri in pieno
Consiglio dei ministri insieme alla lettera di Napolitano,
metteva in gioco un altro punto a lui molto caro: quello delle
sue prerogative.
Il premier da tempo si lamenta della ‘vecchiaia’ dell’impianto istituzionale italiano e ricorda, a mo’ di filastrocca, che il presidente del Consiglio ha solo il potere di decidere l’ordine del giorno della riunione dell’Esecutivo. Inoltre proprio il tema dell’uso dei decreti è stato in questi mesi di coabitazione con Napolitano,
il vero motivo di frizione tra Colle e palazzo Chigi. Da qui la necessità, in uno degli ultimi faccia a faccia risalente ormai a qualche mese fa, di ribadire che il Quirinale sarebbe sempre stato consultato preventivamente su ogni decreto. Cosa che è accaduta anche sul caso di Eluana.
I dubbi del Colle erano arrivati forti e chiari nella residenza
del Presidente del Consiglio, che ancora due giorni fa sembrava
pronto a rinunciare a questa strada. Poi la riscrittura del
decreto, fatta come ha detto lo stesso premier sulla base di un
parere del costituzionalista Onida, e la volontà dichiarata da
Berlusconi stesso della necessità di “fare ogni sforzo per non
far morire Eluana”. Da qui il nuovo tentativo di sondare il
Quirinale. Contatti informali costanti, almeno fino al momento in
cui il capo dello Stato non ha deciso di motivare le ragione di
un suo no al decreto in una lettera preventiva inviata al
Consiglio dei
ministri.
“Una lettera – viene fatto notare in ambienti di maggioranza – in
cui Napolitano non si è limitato ad annunciare che non avrebbe
firmato il decreto, ma ha anche invitato il governo a non farlo
affatto”. E sarebbe stato proprio questo aspetto a convincere
Berlusconi che a quel punto il braccio di ferro non si poteva
evitare. Quella lettera, è stata infatti considerata dal premier,
una forzatura della prassi: “Sarebbe la prima volta – avrebbe
detto il premier in Consiglio dei ministri – che il capo dello
Stato interviene così, a Consiglio dei ministri ancora in corso”.
Insomma, avrebbe detto Berlusconi durante la riunione, il potere
esecutivo sta al governo e non si può accettare un
‘commissariamento’. Concetto che Berlusconi ha poi esplicitato
con queste parole in conferenza stampa: “Avremmo trasferito la
responsabilità legislativa da un organo di governo ad un altro
organo: e quindi è chiaro che non era possibile accettare una
situazione di questo genere”.
Una posizione netta su cui il premier, come ha detto il
ministro della Difesa La Russa, avrebbe chiesto una sorta di
‘fiducia’ ai suoi ministri, arrivando anche a ventilare una
possibile richiesta di dimissioni di fronte ai dubbi sollevati
dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
Ieri, in serata, la vicenda almeno sul piano formale, si è chiusa
con una convocazione straordinaria del Consiglio dei ministri e
il varo di un ddl ‘fotocopia’ del decreto che Napolitano non
aveva firmato. La parola ora passa al Senato di cui Berlusconi ha
sollecitato una “immediata convocazione”. “Ci auguriamo – ha
detto il premier – che non sia troppo tardi per salvarla”.
Bac/Tom
MAZ
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