«A natale sono tutti più buoni», ma dove?

«A natale sono tutti più buoni», ma dove?
L’editoriale del nostro Francesco Inguscio

Se esiste un periodo dell’anno durante il quale la gente offre platealmente il peggio di sé è questo, con picchi di conclamata follia e pericolosità sociale collocabili tra il 22 e il 26 dicembre. Sono i giorni in cui ci sembra obbligatorio trascorrere estenuanti pomeriggi a sgomitare in un centro commerciale, all’angosciosa ricerca di un fantastico oggettino da 4 euro da regalare alla cugina di trecentoventiseiesimo grado o del nuovo elettrodomestico da lasciare sotto l’albero della suocera simpatica come un autovelox. Che poi, ammettiamolo: se la gente ha i nervi a fior di pelle bisogna capirla. Come rimanere calmi quando i nostri timpani vengono martellati da canzoncine raccapriccianti tipo “È Natale e a Natale si può fare di piuuuù?”. Inevitabile che la gente cerchi

di affogare il disagio, spaccandosi di pandoro, torrone, panforte, panettone con e senza canditi, datteri egiziani, frutta secca in porzioni bibliche e una quantità d’alcol tale da mandare in coma etilico un barista scozzese.Sia chiaro: a me il Natale in sé piace. Lo considero l’unica vera festa degna di questo nome, in mezzo a tante improbabili giornate internazionali dei nonni, degli zii, degli innamorati, del gatto, dell’ippopotamo nano o del pesce sega. È la frenesia che lo precede a lasciarmi perplesso. E a gettarmi nello sconforto quando mi trovo imbottigliato in code chilometriche a tutte le ore del giorno.Ora però basta chiacchiere, non posso più perdere tempo: devo correre a comprare un portachiavi in plastica che se lo schiacci partono le note di Jingle Bells.

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