Notte magica con Varese-Pescara Emozione, leggerezza e spirito corsaro

VARESE La leggerezza, ecco di cos’abbiamo bisogno stasera. Quella che in un respiro breve e profondo ci portò dagl’inferi del fallimento al paradiso della B, traghettati dall’entusiasmo. L’entusiasmo dell’essere naif, lo spontaneismo connaturato all’anima del Varese. Anima corsara, come da simbolo, storia, leggenda. E che sopravvive alla liquefazione d’altri simboli del calcio, imputridito in numerose sue frasche dentro la melma dell’imbroglio.

Ci deve sorreggere, cari ragazzi biancorossi, l’orgoglio d’essere qui, stasera a Masnago, a giocarci un possibile futuro da A grazie ai nostri (ai vostri) esclusivi meriti. Meriti importanti, cristallini, etici. Diciamo pure esemplari, e non è far uso di retorica. Assenze o non assenze, grande avversario o non grande avversario, sfortuna o non sfortuna, l’essenziale sta qui: in un passato che ci onora e che gratifica il presente. E permette, anzi: impone, d’affidarsi alla levità di quelli che non hanno nulla da perdere e tutto da vincere. Questa è la forza del Varese, cui nessuno chiede l’impossibile e che però, giusto per l’assenza d’imperativi, può coglierlo.

Ha detto (chapeau sentimentale) ieri l’altro Terlizzi: abbiamo il dovere di realizzare i sogni dei tifosi che ci vogliono bene. Specialmente dei tifosi bambini, che ci vogliono più bene di tutti. I sogni non raccontano d’un Varese che vince con understatement barcellonista: ma d’un Varese che ci prova con furore fideistico. Provarci, osare, assumersi responsabilità e rischi. Crederci, insomma. E crederci con gioia, oltre le mordacchie dei tatticismi, la reverenzialità verso il nobile rivale, la paura d’essere puniti per voler troppo punire.

Il Varese ha fondato le migliori imprese su risorse caratteriali custodite nel suo “caveau” genetico: un tesoro generoso di lingotti. Si chiama tradizione, e non è qualcosa di vago e astratto. Nel giorno d’una partita decisiva, appena entrato negli spogliatoi, Peo Maroso si sentì chiedere dall’arbitro con quale colore di maglia sarebbe sceso in campo il Varese. Peo per un istante fu tentato d’essere poeta: il colore dell’emozione, pensò di rispondere. Ma poi preferì chiamare l’emozione in un diverso modo, per l’appunto spontaneo, naif e corsaro. Siamo rimasti (siete rimasti, cari ragazzi biancorossi) quelli lì. Quelli dell’emozione alla Peo.

Max Lodi

a.confalonieri

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