L’agonia sarà breve, l’auspicio è questo: perdetele in fretta, perdetele tutte. Almeno non fateci portare la croce anche ai playout. Già scritti: dal carattere che non c’è, da una società più impalpabile dell’aria. L’insostenibile leggerezza dell’essere dirigenti (e giocatori) del Varese. Non vi meritate questa città, questo pubblico, 400 a Cittadella e 5.000 ieri (anche sullo 0-1 “Varese-Varese”, in altri stadi vi avrebbero tirato le pietre). Non vi meritate la serie B perché vi manca
il coraggio, la voglia, il cuore. Noi sì, ma ci torneremo a modo nostro: con dirigenti che mettono il Varese (l’autorevolezza, la credibilità, la serietà del Varese) al primo posto della loro vita, e non come una parentesi. O come un tappetino rosso da calpestare. Nulla è dovuto, né scontato. Avete un debito enorme con noi. Oltre a quelli (veri) con tutta la povera gente come gli steward, i giardinieri, i custodi dello stadio. Saldatelo.
Dal cuore della città, siete già usciti da un pezzo: perdetele tutte, andatevene tutti. Ai vostri lidi dorati: di soldi, ne avete abbastanza. Alle vostre prossime squadre o a godervi la pensione. Liberate il Varese e fatecelo ricostruire com’era già, prima che lo distruggeste. Con i Tripoli, i Gambadori, i Sannino e i Sogliano: signori Nessuno, orgogliosi di quello che stavano facendo, e non di sé stessi. Fame, non fama. Umiltà, serietà, amore. Non arroganza, superficialità, pressapochismo, show-business.
Il Varese non è un cinema, e noi non siamo spettatori del circo. Qui si gioca per gli altri 10, o gli altri 5000. Non per te, non per voi. Non per soldi. O per i vostri fini. Vi supplichiamo: andate a casa, liberateci di voi. Lasciateci morire in pace. Senza zavorre. Senza soldi. Senza debiti. Con dignità. Soli, e solo noi: i biancorossi.
Non vi chiediamo di chiedere scusa per avere distrutto società e squadra: non lo avete mai fatto e mai lo farete. Date pure a noi tutte le colpe, è la vostra specialità. Dateci addosso: alla stampa sgradita, agli schiavi di Sogliano, agli imprenditori locali che vi snobbano (chissà perché), ai nostalgici dell’Eccellenza. È tutta colpa nostra, pace e amen. Ma andatevene.
La scena è deserta, solo maglie indossate da manichini. La pelle e le ossa, il cuore e le gambe sopravvivono fuori, in platea. Il sogno della B vive nel pubblico, un gigante rispetto ai nani che lo rappresentano. È bastato Pesoli a smontare i manichini. Ha trovato un solo avversario, la gente: lui ha tentato di umiliarla mimando il segno della C davanti alla tribuna. Un gesto indegno, irridente, volgare, violento. Noi retrocederemo, ma tu, Pesoli, che uomo sei?
Finisce in puro stile Varese: l’arbitro che si accanisce, i tifosi del Carpi che cantano “tornerete in serie C” – loro la conoscono benissimo – e la curva Nord, ultimo brandello di speranza, tramortita e seduta. Le ha provate tutte, clava e fioretto: niente da fare. Più di così, si muore: in piedi, però. Uniti così, noi tifosi del circo biancorosso, non lo eravamo da anni.
NB: il Varese retrocede con Forte e Zecchin in campo nei prossimi 360 minuti, non uno di meno. Chi non lo capisce, può andarsene.
Varese
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