È senz’altro il più simpatico dei tre, fiorentino e graffiante, a volte dissacrante, ansioso e fibrillante (per davvero) e misantropo per vocazione. , classe 1956, ha vinto la “ventisettana” del Premio Chiara, dopo un bel testa a testa con . Sessantuno voti contro 55, e soltanto 24 per il terzo, il ticinese , pur buon scrittore ma con poco appeal mediatico, cosa che oggi purtroppo conta di
più che conoscere Cechov a memoria. Sono storie, quelle di Recami, di ordinaria ossessione, di piccole e grandi manie, scritte con ironia sferzante e un pizzico di cattiveria, che non guasta quando non si vuole essere troppo teneri con se stessi, visto che l’autore – parlandone con a ville Ponti, dopo l’estenuante passerella di politici e sponsor – si è riconosciuto ansioso e compulsivo, nonché finemente malinconico.
Con lui, alla faccia di “Mondazzoli”, nuovo colosso editoriale fagocitante piccoli e medi editori, ha vinto Sellerio, che da sempre è sinonimo di qualità anche a scatola chiusa, come l’Arrigoni delle pubblicità anni Sessanta. Il rush finale del Chiara sarebbe anche un bell’appuntamento, se non si dovesse perdere un’ora ad ascoltare aria fritta ma si parlasse un pochino di più di letteratura e di libri, e non ce ne voglia che si fa in dieci per mantenere vivo l’unico evento con una storia rimasto a Varese, in mezzo a politici che piangono miseria dopo sprechi epocali e sponsor che se la filano all’inglese. Così ecco Andrea Vitali, fresco d’uscita con “La verità della suora storta” (venerdì lo presenterà alle 18 alla Libreria del Corso) in veste di intervistatore dei tre finalisti, davanti a una platea un po’ risicata, come ha ricordato la brava presentatrice , segno che se non c’è il nome televisivo in terna meglio stare a casa o andar per mercatini, laghi e montagne.
Dopo la domanda semiseria riguardante la copertina dei tre libri – sempre di Recami la risposta migliore, «se si parla della copertina vuol dire che non si è letto nulla» – Vitali si ricorda di essere anche ottimo medico e rileva tre diversi tipi di infelicità nei racconti in terna, nevrotica in Recami, schizoide in Covacich e forse senza rimedio in Nessi. «La mia è benigna, non depressiva, i felici in realtà non scrivono – ha detto lo scrittore ticinese in finale con “Milò” – Nel mio libro c’è anche la luce, e nel presente c’è
malinconia, un martelletto che ti avverte di stare sempre in guardia». Per Covacich invece, che si definisce persona seria e poco divertente, «il processo dello scrivere è gravato dall’alienazione. Per raccontare una storia devi uscire da te stesso e guardarti da fuori, l’unico modo per ritrovarsi è inventarsi. Nei miei racconti c’è sempre la mancata pienezza della vita». Nevroticissimo, Francesco Recami si difende dall’ansia scrivendo: «Non parlo di ossessioni in senso patologico, ma di fissazioni, compulsioni dovute al tipo di vita che oggi facciamo. Se manca la comunicazione, finiamo nell’angoscia, così combatto le mie nevrosi con l’ironia».
Si è parlato poi del perché il racconto “tiri” meno del romanzo, e Recami ha spiegato che spesso una raccolta ne contiene magari uno o due buoni e gli altri sono «fondi di cassetto o aborti di romanzo», così il lettore rimane disorientato. Alla fine l’autore di “Piccola enciclopedia delle ossessioni” era emozionato e scherzosamente cercava il “medico in sala” per il suo fibrillante cuore. «In questi giorni ho girato Varese, dove non ero mai stato, in lungo e in largo, e mi sono innamorato di Castiglione Olona». Forse perché è un’“isola di Toscana in Lombardia”.













