– “Misericordiosi come il padre”. La scritta campeggiava ieri sulla sommità della simbolica Porta Santa “aperta” nel carcere dei Miogni di Varese dal vescovo e vicario episcopale monsignor affiancato dai detenuti che hanno voluto essere presenti alla funzione che, fissata per le 10.30 di ieri mattina, è iniziata con qualche minuto di ritardo. Il fatto è stato eccezionale come eccezionale era il colpo d’occhio davanti
a quella porta. La cappella del carcere è inagibile da una decina di giorni a causa di due crepe apertesi nella struttura e i soldi per una ristrutturazione non ci sono. E sono stati i detenuti a mostrare la volontà di non cedere davanti a un “momento di conforto, speranza e preghiera”, di mostrare di avere voglia di essere parte di quest’anno di misericordia.
Così con la cappella chiusa dalla direzione per ragioni di sicurezza, alcuni detenuti hanno ristrutturato e ridipinto la porta di ingresso: un cancello in ferro all’ingresso della cosiddetta “sezione”, ovvero il centro della vita dell’istituto.
In cima verrà a quella porta, “speciale per tanti motivi”, ha detto monsignor Agnesi che ha concelebrato la messa con l’altare allestito nella sala colloqui del carcere con il cappellano don , è stata posta quella scritta “misericordiosi come il padre”, che è «un invito per tutti. Un invito da accogliere nella nostra quotidianità», ha aggiunto il vescovo
Si diceva del colpo d’occhio che ieri mattina infondeva davvero speranza in un luogo come il carcere dove la speranza spesso entra a fatica.
Perché quella speciale “Porta Santa” aperta simbolicamente ieri mattina è stata ristrutturata da detenuti cristiani e non cristiani. Come fedeli di ogni etnia, di un colore della pelle diverso, probabilmente di una diversa religione, ieri erano tutti intorno a monsignor Agnesi e al loro cappellano. Una funzione raccolta durante la quale i temi toccati sono stati quelli del perdono, della tolleranza, del vivere nel giusto ma soprattutto del sapersi redimere. Ciascuno spronato a seguire quell’invito: misericordiosi come il padre. E negli occhi dei presenti ieri è parso che qualcosa passasse; quella porta per chi crede è nell’anno del Giubileo un dogma.
Per chi non crede, o ha una fede diversa, la porta voluta ieri ai Miogni ha significato un messaggio chiarissimo: oggi noi non siamo ultimi e la misericordia può e anzi deve essere umana. Il monsignore, affiancato dai detenuti, ha poi aperto la Porta Santa dei Miogni e guidato una piccola processione.
“Mondati dai peccati”, i detenuti hanno passato la porta, qualcuno mostrando visibilmente una certa emozione. L’ultimo gesto di una mattinata tanto particolare è un dono. Una croce «che hanno fatto alcuni detenuti, anche non cristiani», ha spiegato monsignor Agnesi “e che don Giuseppe e io abbiamo donato ai detenuti”. Una croce di ispirazione francescana, e piace pensarla come ad un rimando a Papa Francesco.
Quattro mani, ciascuna ha la pelle di un diverso colore, che si stringono tra loro sino a formare una croce solida, una croce resistente, una croce al di là di tutto.
Una croce umana, sarebbe bello poterla definire, protettiva come un abbraccio. Una croce di tutti. Un simbolo di tutti. Una speranza per tutti.
Quel Giubileo celebrato in carcere ha lasciato il segno: «Anche quella della cella può essere Porta della Misericordia. Grazie ai volontari che hanno animato la messa e il “pellegrinaggio” alla speciale “porta della misericordia», ha concluso monsignor Agnesi.













