– A Santo Stefano le reliquie del Beato Carlo D’Austria: un dono per Varese. Resteranno in un’urna, progettata dall’architetto nella cappella della chiesa di Velate al termine di una domenica dedicata al beato imperatore, che regnò insieme alla moglie Zita, negli anni della Grande Guerra, che cercò di fermare senza successo.«Abbiamo accolto la testimonianza di questo santo sposo, uomo di governo in un tempo complesso, che è rimasto fedele al Vangelo dentro un cammino di continua conversione –
ha detto don , parroco e decano di Varese – La sua presenza è un dono per la comunità di Velate e la comunità pastorale, suscitato da don (per anni alla guida della parrocchia dove ancora risiede) in occasione del suo cinquantesimo di ordinazione. È un dono per la città intera perché veniamo richiamarti ad ascoltare le testimonianze di vita che trasformano davvero il vivere dell’uomo dentro la realtà del mondo, ritrovando ciò che è profondamente umano perché cristiano».
Oltre alla presenza fisica rimarrà un appuntamento mensile come ha ricordato proprio don Adriano: «Celebreremo la messa alle 18 di ogni terzo venerdì del mese per la pace la fratellanza tra i popoli». «La Chiesa ci dice che Carlo è un testimone credibile – ha spiegato nell’omelia monsignor Morandi, delegato della unione di preghiera e vice postulatore della causa di canonizzazione del Beato Carlo – I santi sono vivi in mezzo a noi. Vedendo come hanno vissuto, veniamo ispirati a seguire la via del Signore». Monsignor Morandi ha individuato «le tre intercessioni legate a questo beato: le famiglie, l’impegno sociale e gli ammalati e i sofferenti». L’arciduca ha voluto ringraziare Varese per la giornata. «A don Adriano mi lega una lunga amicizia “celeste”, perché siamo piloti e abbiamo a che fare con il cielo, ma anche un’amicizia spirituale». Nello studiare la vita del nonno, che non ha conosciuto, non solo nella parte storica ma anche quella spirituale: «Ciò che mi ha più toccato è stato scoprire quanto fosse una persona innamorata. Non solo di moglie e figli, ma anche di Dio. Tutte le sue decisioni familiari, politiche e anche militari sono sempre state alla luce di quell’amore. Il 31 dicembre 1918, alla fine del conflitto, con l’impero crollato e sciolto, la rivoluzione e così via il nonno, Beato Carlo, ha detto che voleva andare a recitare il Te Deum». A chi gli opponeva il fatto che non ci fosse nulla da festeggiare, avendo perso soldi, potere e impero rispondeva “Ho vinto l’amore e la pace dei popoli e questa è la cosa più importante”. Grazie a questo – ha concluso – ho scoperto che Dio ci ama sempre anche nelle situazioni peggiori e la comunione dei santi. Vi assicuro che affidarsi a un santo o a un beato è una cosa importantissima, posso soltanto augurarvi che avendo le reliquie del beato tra voi possiate sperimentare quanto ho già sperimentato io».
Un modo di sentire raccolto anche da monsignor , vicario episcopale per la carità, la cultura, l’azione sociale e la missione, presente come concelebrante e in veste di “parrocchiano”, cresciuto nel quartiere di Velate.«Questa è un’occasione per pregare e sentire la presenza dei santi mezzo a noi, ma anche per affrontare la realtà in modo profondo. Ci devono far pensare che le scelte che prendiamo ogni giorno costruiscono più il futuro di quello che immaginiamo. Dobbiamo prenderle con responsabilità».













