Varese si apre sempre di più al Varese Pride. E che la nostra sia una città tutt’altro che chiusa ai diritti civili, lo dimostra il patrocinio che arriva da un’importante istituzione, il “tempio” della cultura varesina: l’Università degli Studi dell’Insubria. A comunicarlo, ieri mattina, il Coordinamento Varese Pride. «L’Università degli Studi dell’Insubria ha concesso il patrocinio alla prima edizione del Varese Pride – spiegano gli organizzatori del Pride – lo ha stabilito il Senato Accademico sulla base della richiesta presentata dal nostro coordinamento». La concessione del patrocinio e l’utilizzo del sigillo di ateneo è subordinato all’organizzazione di un incontro di studio e di approfondimento sul tema della discriminazione, con particolare riferimento a quella sessuale: «Crediamo che sia
un gesto concreto contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere che servirà a sensibilizzare studenti, ricercatori e professori universitari» commentano. Insomma, la società e le istituzioni si stanno aprendo alla grande novità rappresentata dalla manifestazione per i diritti delle persone sulla base di tutti gli orientamenti sessuali. Non dimentichiamo, infatti, che il nome dell’evento è appunto Varese Pride, perché aperto a tutti, anche agli eterosessuali che sfileranno per difendere i diritti dei loro amici, dei loro vicini di casa. Una manifestazione che include, insomma, e non esclude. E quindi “stona” sempre di più il mancato patrocinio del Comune. Segno che la politica non riesce ad interpretare le istanze della società. Che quasi le neghi.
Domani, intanto, l’Arcigay di Varese sarà in piazza per presentare, nell’ultimo weekend prima dell’evento, il manifesto politico del Pride.
«È proprio con l’ambizioso intento di abbattere i pregiudizi che abbiamo deciso di mostrare alla nostra città non solo che noi esistiamo e siamo tanti – si legge nel manifesto – ma anche che siamo ben fieri della nostra natura, nonché desiderosi di godere di uguali diritti. Del resto, sul nostro territorio, volenti o nolenti, esistono già numerose coppie formate da persone dello stesso sesso, a volte con figli, le quali non vedono l’ora di veder riconosciuto il loro stato di nucleo familiare: un diritto, quest’ultimo, che non deve essere inteso come una concessione da parte dello Stato, bensì come un semplice riconoscimento di una realtà che esiste e continuerà ad esistere. La nostra è una battaglia in difesa, e non contro, le famiglie: è questo che ci distingue da qualcun altro che sostiene di essere dalla parte del giusto.
D’altro canto, siamo consapevoli che la difesa della cosiddetta “famiglia tradizionale” costituisce solo un espediente per rendere moralmente accettabile un’altrimenti intollerabile forma di omotransfobia: infatti, da parte della comunità Lgbti non si è mai verificato alcun attacco nei confronti della famiglia composta da uomo, donna e figli, semmai è giunta la richiesta di estendere la definizione legale di “famiglia”, così da includervi determinate realtà già esistenti. In poche parole, la comunità Lgbt non sta agendo per demolire il concetto di famiglia, tutt’altro! Essa mira ad allargarlo, rendendolo più attuale, comprensivo, umano e veritiero».













