I primi anni di questo secolo hanno determinato cambiamenti talmente rapidi nel modo di comunicare, di elaborare dati e informazioni, di produrre beni e servizi che appare sempre più complesso comprenderne fino in fondo le ripercussioni sociali e politiche.
Anche perchè le nuove, grandi potenzialità delle tecnologia si accompagnano a cambiamenti epocali che vanno dai nuovi, ma sempre più fluidi rapporti di forza tra le grandi nazioni a livello mondiale, alla crescita dei movimenti populisti e di protesta all’interno dei paesi, all’affermarsi di una globalizzazione ancora tutta da definire, all’estendersi nel tempo di una crisi economica da cui vedono con difficoltà le vie d’uscita.
Si può trovare un rapporto di causa/effetto tra l’affermarsi delle nuove tecnologie e la crisi dei sistemi politici e sociali che non sembrano più obbedire alle vecchie regole di comportamento?
È questa la domanda a cui risponde con un saggio di encomiabile chiarezza nonostante la vastità e la complessità del tema, Antonio Pilati, uno dei maggiori esperti di comunicazione, nel libro “Rivoluzione digitale e disordine politico” (Ed. Guerini e associati, pagg.176, € 16,50). Come scrive Giulio Sapelli nell’introduzione: “Pilati dimostra con grande perizia e rara concisione che tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche sono scaturite dal seno stesso della società e ne hanno a loro volta riproposto una nuova configurazione sempre a geometrie variabili”. In questo rapido, ma approfondito, viaggio nel mondo del cambiamento emerge allora con chiarezza come troppo spesso la tecnologia ha assoggettato le scelte politiche, ha lasciato nel buio la dimensione sociale, ha cercato di entrare nei varchi lasciati aperti dal crollo delle ideologie. Il caso europeo è fortemente significativo. “L’Europa -scrive Pilati – si é abituata da tempo a demandare le scelte del suo ambito centrale e costitutivo, ovvero la gestione della moneta e del bilancio pubblico, a regole tecniche, ad algoritmi prestabiliti che intendono sottrarre l’agire strategico all’arbitro della contingenza, al taglio di una valutazione fallibile.”La tecnologia, che dovrebbe per sua natura essere uno strumento per migliorare la dimensione umana e sociale, rischia sempre più di diventare un condizionamento continuo ad aggressivo di fronte alla necessità di scelte politiche. Non è forse tristemente significativo che i social network, potentissimi strumenti di relazione, diventino sempre più uno sfogo anonimo e individualista?
Non è senza significato che le classi dirigenti dei paesi occidentali cerchino sempre più il compromesso tra i leader più che la coesione sociale dei propri cittadini?
Sembra peraltro quasi di trovarsi di fronte ad una politica disarmata in cui la dimensione democratica si trasforma nell’esercizio di un diritto di veto come è avvenuto nell’improvvido referendum inglese per uscire dall’Unione europea. Un diritto di veto che tuttavia non esprime una propria logica maggioritaria dato che è espressione di tendenze e di scelte diverse: il 52% dei cittadini inglesi ha votato contro l’Europa con argomenti molto diversi. Per protestare contro il Governo, per chiedere meno disuguaglianze, per criticare la politica sull’immigrazione, per domandare maggiore sicurezza. E tante altre motivazioni che tuttavia non è stato e non sarà possibile condurre ad unità e soprattutto rendere in qualche modo costruttive. Anche perchè c’è il rischio che la cattiva informazione, come spesso diventa la propaganda politica, non solo scacci quella buona, ma venga amplificata e in qualche modo resa più credibile da un uso spregiudicato della rete. Analizzare le implicazioni politiche della rivoluzione tecnologica, come invita a fare questo libro di Pilati, è quindi importante per fare un passo in avanti perchè l’economia della conoscenza non sia una nuova forma di autoritarismo e quindi di schiacciamento della responsabilità e della libertà individuale.













