La sconfitta contro l’Inveruno può essere analizzata sotto diversi punti di vista, da quello tattico a quello caratteriale. Tanti gli spunti di riflessione. Uno su tutti, osservando con sofferenza la partita di ieri, riguarda il fatto che il Varese dura poco. Contro l’Inveruno il blackout si è consumato in maniera inverosimile perché, avanti 1-0 e con il raddoppio appena annullato, i biancorossi si sono spenti subendo tre reti in 18 minuti. E questa non è una questione di moduli o di interpreti: fino al 25’ il Varese aveva chiuso gli spazi in maniera efficace e nemmeno troppo dispendiosa. Poi scatta qualcosa, un senso di appagamento per il vantaggio, che porta la squadra ad abbassarsi, a perdere fame e concentrazione. Pur in una vittoria convincente, è successo anche a Carate Brianza: segnato il gol del 2-0, il Varese si è seduto e, dopo una mezz’ora ad altissimo livello, si è seduto, pure rischiando.
Mancano la personalità, la serenità e la cattiveria agonistica per comandare la partita dall’inizio alla fine, di non considerarla in ghiaccio dopo mezz’ora, anche quando si riesce ad incanalarla nei binari corretti. E certi schiaffi possono solo che far bene. Perché non sempre è la condizione fisica, o il modulo, a farti correre di più: è la voglia di vincere. Ed una squadra che si considera vincente, dopo un 1-5 in casa con l’Inveruno (è l’1-5 che ci ha fatto male, più della sconfitta stessa) deve imparare, rialzarsi, reagire, arrabbiarsi. E allo stesso tempo una società vincente, quale crediamo sia il Varese che non si accontenta di vivacchiare ma investe per crederci fino alla fine, non rimugina sugli errori arbitrali dopo un 1-5 casalingo. Perché non servono alibi, serve solo aver voglia di lavorare per vincere davvero. Perché c’è una sostanziale differenza: tutti vogliono vincere, quanti sono disposti a soffrire pur di vincere?













