«Dopo tanti anni – ha commentato l’avvocato Daniele Pizzi, per conto dei famigliari della vittima – e tante sofferenze, come ad esempio la riesumazione della salma di Lidia, vogliamo la verità. Non una sentenza di condanna a tutti i costi, ma la verità».
Messa a suffragio ieri mattina a Casbeno per Lidia Macchi, la giovane scout, studentessa di giurisprudenza, militante di Comunione e Liberazione, uccisa il 5 gennaio del 1987. Quell’omicidio scosse Varese. E a 30 anni di distanza ancora non dà tregua.
Il 15 gennaio 2016 è stato arrestato Stefano Binda, brebbiese di 47 anni, amico di Lidia, ex compagni di liceo della ragazza.
Il 12 aprile Binda comparirà davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Varese: è accusato di aver stuprato e ucciso Lidia. E la messa a suffragio di quest’anno, dunque, assume un valore particolarissimo. C’è un colpevole?
Pizzi riprende ciò che i familiari di Lidia hanno sempre sostenuto: «vogliamo la verità. Non un colpevole a tutti i costi, ma il colpevole».
L’accenno alla riesumazione non è casuale. Le spoglie di Lidia sono state riesumate e sono tuttora sotto esame. Tuttavia il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda (ora in pensione) che ha avocato il fascicolo e riaperto le indagini a 27 anni dalla morte di Lidia ha chiuso l’inchiesta chiedendo il rinvio a giudizio di Binda molto prima di avere i risultati delle analisi in corso. Binda affronterà il dibattimento.
Eventuali riscontri potranno dunque probabilmente essere ammessi in giudizio, seppur tardivamente. Ma se scegliesse il rito abbreviato? Eventuali prove, costate un dolore assurdo alla famiglia, non rientrerebbero nel processo.
Non un colpevole, dunque, ma il colpevole. Ieri però è stato il momento della preghiera. Preghiera per Lidia la cui fede era solidissima. Preghiera affinchè infine si possa davvero arrivare alla verità.
L’anno scorso la messa in suffragio della ventenne fu celebrata al Molina dove il padre era ricoverato. Giorgio Macchi morirà pochi mesi dopo. Quando Binda fu arrestato gli sussurrarono all’orecchio «forse lo abbiamo preso». Ma il processo potrebbe rivelarsi complesso. Secondo quanto noto ci sarebbe una perizia grafologica (già smentita da un consulente di parte) che indica Binda (c’è anche una testimone) quale autore della lettera in nome di un’amica, missiva anonima recapitata a casa Macchi il giorno dei funerali di Lidia, scritta per gli inquirenti se non dall’assassino da qualcuno che sapeva.
Basterà questo in aula? Basterà a dare ai familiari la certezza di aver di fronte il colpevole?













