Minacce e insulti: «Frocio, ti ammazziamo»

Coppia condannata per aggressione omofoba. Minacce, insulti e locale sfasciato. Dopo quattro anni arriva la sentenza per il raid al Salotto di viale Belforte

«Ti ammazziamo, frocio bastardo». Insulti, anche omofobi, minacce di morte e danni. È accaduto al Salotto, notissimo locale varesino, nel febbraio 2013. E ieri è arrivato il decreto di condanna penale: una sanzione da 3.750 euro e la condanna al pagamento di tutte le spese legali, anche della parte lesa. Protagonisti della selvaggia incursione erano stati un ragazzo e una ragazza. Nella migliore delle ipotesi entrambi ubriachi.

«Dico solo – spiega Vito Lionetti, titolare del locale – che la ragazza mi ha addirittura distrutto uno dei lavandini del bagno». Dal Salotto era immediatamente partita la chiamata al 112 e sul posto erano intervenuti gli agenti della squadra volanti della questura.

«È stato difficile calmarli – racconta Lionetti – hanno insultato e minacciato anche i poliziotti. Io semplicemente volevo evitare altri danni. L’ho detto e è iniziato il solito “show”: frocio, bastardo, frocio di merda, ti ammazziamo. Insulti che fanno malissimo, tra l’altro pronunciati davanti ai poliziotti». Quindi davanti a pubblici ufficiali come testimoni. Per la ragazza è arrivato il decreto di condanna penale qualche mese fa. L’amico «si è opposto al provvedimento – spiega Lionetti che era assistito dall’avvocato Barbara Iacovissi – poi ieri mattina ci deve avere ripensato. Nonostante abbia continuato a guardarmi con aria strafottente, ari di sfida, ha ritirato l’opposizione».

E il giudice Stefano Colombo non soltanto ha applicato alla lettera il decreto penale ma, in aggiunta, ha condannato il ragazzo al pagamento di tutte le spese processuali.

«Sono andato avanti in questa vicenda per tre ragioni – dice Lionetti – la prima: è necessario che sia chiaro a tutti che nel nostro locale non vengono tollerati comportamenti simili. Capita da noi, capita in altri locali. Al Salotto queste cose non devono succedere, altrimenti queste sono le conseguenze».

Seconda ragione: «quegli insulti. Se le minacce non mi hanno spaventato, quegli insulti mi hanno offeso profondamente. Rappresentano quei comportamenti che rendono la nostra società poco civile in queste circostanze. E non è soltanto l’omofobia: non mi permetterei mai di dare della donna facile a una ragazza, ad esempio».

Terza ragione: «sono andato sino in fondo per rispetto nei confronti del lavoro delle forze di polizia – conclude Lionetti – ci sono sempre. Arrivano sempre in modo tempestivo. E di questo li ringrazio di cuore. Portare avanti una querela è doveroso anche nei confronti di chi mantiene l’ordine pubblico. Al fine di non vanificare il loro lavoro».